mercoledì 7 maggio 2014


difendere la terra dei paperi 
di amedeo w. minghi*


è tempo di sfatare il mito della presunta “americanità” di walt disney, con una rilettura che mette in discussione i pregiudizi e i luoghi comuni sulla sua opera, a partire dal filone interpretativo che vorrebbe walt disney al servizio dell’egemonia statunitense in funzione anticomunista e che gli muove accuse infamanti come quelle di essere stato un antisemita, un simpatizzante nazista, un referente dell’fbi.

in “difendere la terra dei paperi” (di prossima pubblicazione) abbiamo cercato di contestualizzare la famiglia de’ paperoni rimarcando come occorra separare la portata sociale della saga disneyana dal tourbillon di logiche di mercato che ne hanno de facto sancito la commerciabilità nel senso più bieco del termine e l’hanno ridotto a entertainment per eccellenza, scevra macchina da soldi invece dell’originaria macchina da sogni che evidentemente ancora possono esperire le nuove e vecchie generazioni.
occorre anche contestualmente smantellare il vecchio pregiudizio dei letterati che considerano il fumetto come paraletteratura, dequalificandolo così a mero svago o espediente per intrattenere il lettore allontanandolo dalla realtà, relegandolo in quell’ambito infantile che l’intellettuale blasé ha il torto di avere dimenticato e che invece costituisce il prodromo dell’essere umano adulto.
ben lungi dall’essere foriera di disimpegno e paladina della letteratura di evasione, la famiglia dei paperi riproduce la complessità delle dinamiche sociali introducendo però, a causa del target sottointeso, un elemento pedagogico che non può passare inosservato a un attento indagatore delle panoramiche intellettuali degli anni ’50 e ’60.

la prima e più evidente è sottolineata da ervin anneson in “fenomenologia dei paperi” che decostruisce il rapporto fra paperone e paperino, il miliardario accumulatore e lo sfaticato perdigiorno che costituiscono l’ossatura principale di gran parte delle storie dei paperi: si può inevitabilmente notare come è sempre il miliardario (vorremmo dire: il potere costituito dalla borghesia arricchita) a coinvolgere lo sfaticato in mille imprese, (fallimentari e non, ma non è questo il punto) così da risultare palese che è il ricco ad aver bisogno del povero, nel classico rovesciamento della dialettica servo-padrone di stampo hegeliano che qui trova l’espressione più concreta mai utilizzata in letteratura.

ma lo scardinamento dello status quo sociale è insito prima di tutto nel rapporto che intercorre fra i paperi e nella negazione del concetto di famiglia borghese e cattolica.
le interazioni non sono dettate dal rigido protocollo genitore – figlio, ma da una famiglia allargata, in cui le convenzioni sociali vengono rimodellate in senso libertario.
nessun matrimonio, gestione della prole a carico di tutti e individuazione di due figure di riferimento che riassumono il patriarcato (zio paperone) e il matriarcato (nonna papera, una sorta di saggia yiddische mame) che comporta non solo la parità dei sessi tout court, ma pare addirittura decisamente sbilanciato verso la seconda opzione. non per niente jules guattari in “paperopoli e barbarie” (ed. theoria) arriva a considerare la famiglia dei paperi un esperimento di socialismo utopistico mutuato dai falansteri di fourier

procedendo per brevi tratti, ricordiamo sommariamente come esistono ampi studi (per brevità citeremo solo la scuola di pensiero del prof. colmar e del dipartimento di filosofia teoretica dell’università di lovanio che ha appena pubblicato “la repubblica di platone e la stampa di paperino”) che dimostrano come paperino incarni l’egualitarismo sociale e la ricerca del bene in senso platonico, inteso sia come contemplazione (e in questo senso egli è il filosofo per eccellenza) sia come custode del bene comune.
sulla stessa linea si inserisce la profonda riflessione di darko žinfeln che in “paperoga anarco punk” analizza la rappresentazione dell'anarchismo pacifista, epitome della resistenza non violenta e della disobbedienza civile, in cui si possono riscontrare le tematiche della sinistra antagonista e del rifiuto della società oppressiva. il fatto stesso di essere talvolta rappresentato come giornalista rende paperoga sensibile ai linguaggi della comunicazione e al rapporto con i mass media, facendone di fatto un meta-comunicatore.
i temi dei rapporti di produzione, lo sguardo verso il futuro, il razionalismo ateo e la tecnologia serva del popolo sono riassunti nella figura di archimede, soviet ed elettricità, il dominio dell’uomo e del lavoratore sulla natura borghese.
se archimede è stachanov, ciccio è il suo contraltare naturale, charles boycott (non per niente è legato all’ambito terriero), e incarna il valore della ribellione passiva, che passa per il sit-in di protesta, per l’inazione.
come già riportato in “analisi strutturalista da althusser a zio paperone” (scaricabile gratuitamente da questo sito) paperone, evidentemente, riassume la teoria marxiana del plusvalore, e svolge un’analisi completa del valore del capitale nella società contemporanea.
inoltre, il professor bogdan ursus, di recente intervistato a una conferenza su walt disney a timisoara (intervista che stiamo traducendo e sarà disponibile a breve) mette in relazione le affinità delle esperienze di qui, quo e qua con i giovani pionieri (in romeno “organizația pionierilor”): la cura dell’ambiente, la condivisione dei mezzi di sostentamento, il rigore morale dei nipotini incarna le figure del comunismo giovanile a scapito delle mollezze della gioventù capitalista.

si può quindi sostenere che la portata eversiva dell’opera di disney, lo scardinamento dello stato autoritario a favore di una ribellione gioiosa e non violenta, siano espliciti in tutta la saga dei paperi.
risulta quindi chiaro come, al di là di fraintendimenti, equivoci, mistificazioni, la famiglia dei paperi rappresenta la mitopoiesi della sinistra nelle differenti classi sociali che la popolano, senza perdere la genuinità e l’identità di “nazione dei paperi” e in un certo senso collocano la serie come uno degli esperimenti di letteratura più aderenti al socialismo utopico del ventesimo secolo.

* amedeo w. minghi è l’ultima release degli amedeo w. minghi, un collettivo di scrittori nato dall’esperienza del centro sociale “eric gerets” di tesserete e in seguito alla base dei più effervescenti movimenti culturali del basso ceneri. del collettivo w. minghi ricordiamo ricordiamo il saggio “essere e fuoritempo: il percussionismo nella controcultura degli anni ‘70” e “mary poppins e la destra sociale: un’analisi situazionista sulla decostruzione del mito”

mercoledì 30 aprile 2014

“quando una tecnologia è sostituita da un'altra tecnologia, la tecnologia precedente o diventa arte o muore” marshall mc luhan

ciao, sono una tecnologia precedente.
qui fa a freddo.
in strada incontro un gruppo di orsi bianchi che deve aver preso una strada sbagliata, da qualche parte della banchisa ma ha deciso di stabilirsi qui perché il clima gli ricorda casa. però sono incazzati perché, come al solito, piove.
il comitato centrale per il controllo del clima ha emesso un comunicato stampa con cui dichiara che sono tutti in ferie in paesi caldi e comunque c’è disponibile al pubblico un call center rotto.
io sto cercando di finire un lavoro inutile (nonostante quello che pensa la maggior parte delle persone, quasi tutti i lavori sono inutili*) quando un messaggero travestito da ottone iii mi avverte che devo assolutamente presenziare a una conferenza sulle coltivazioni di luppolo nel dipartimento del basso reno (detto anche reno nano).
cerco nel cassetto della scrivania la mia mappa astrale (il saggio del professor edelweiss “orientarsi fra piano astrale e piano steinway” ed. theoria), e mi metto in viaggio.
non ho granché idea di quello che sia successo dopo. tutto quello che ricordo è che potrei aver disquisito di difesa a zona con un armadio (o forse era una gigantografia di hans peter briegel) e aver mangiato una tartes aux trois fromages (roquefort-chèvre-munster) in riva a un fiume. ma potrei anche sbagliarmi.
quando riprendo conoscenza mi chiudo in camera a scrivere versi intimisti (gli intimisti sono un gruppo andino, come gli intillimani, solo che ci sono anche donne).
in caso voleste contattarmi, non usate il citofono astrale, che è rotto e il tecnico astrale fa il ponte lungo (in pratica si mette in strada e imita una stazione metropolitana di roma; voi, comunque, non fatelo).

* certo, alcuni più, altri meno. secondo arnold kramar, docente di psicolinguistica applicata all’università circondariale di bergheim**, il lavoro più inutile del pianeta sarebbe quello dei mungitori; molto meglio quello di mungimucche, che almeno hai il latte)
** a causa di una discussione accademica sull’immanenza dell’essere, presto trasformatasi in faida interna, l’università circondariale di bergheim potrebbe dividersi in bergheim di sopra e bergheim di sotto.

lunedì 14 aprile 2014

alert box: spegnere il cervello in caso di pericolo

è un periodo un po’ così. pieno di subordinate.
alvin krankensson, nel suo nuovo saggio “cronotopo e autogatto” analizza le diverse possibilità di fuga in un universo a tre dimensioni (quelle che conoscete voi), in universo a quattro dimensioni (lo spazio tempo), e in un universo a cinque dimensioni (spazio tempo supplementare) concludendo che in un universo a n dimensioni i casini ti raggiungono sempre in n+1 dimensioni.
beh, sono molto d'accordo. a parte i tombini, dico, nessuno ci guarda mai, nei tombini.
ho chiesto lumi a degli ufi di passaggio su quella storia dei rapimenti concordati, ma pare che per ora pare abbiano perso interesse alla razza umana e si stanno dedicando a specie più evolute, tipo i suricati. chi può dargli torto.
quindi mi trovo bloccato qui a tifare per un evento positivo in grado di svoltarmi la giornata, che so, un reset di sistema, un asteroide di passaggio, un’ecpirosi.
il mio maestro di pancabbestiafit (un ghiro pratico di fasce muscolari) mi ha messo dello scotch sulla schiena (non quello che si beve: quello è un genere di tortura che non verrebbe in mente neanche a lui) e ora la mia mobilità articolare ricorda molto da vicino quella di un bastoncino di shangai. ma prima era peggio, quindi forse è una buona cosa (pollyanna scorre potente in me).
in compenso sono appena diventato cintura nera di prenotazione e ricevo commesse da tutto il pianeta per l’organizzazione di eventi a titolo gratuito (volete mangiare in un ristorante afghano a timor est? state organizzando un viaggio in mongolfiera da einsideln a bishkek? volete noleggiare un’auto nel centro di venezia? chiamatemi. basta che la carta di credito sia la vostra).
l’unica cosa che mi rilassa è quando mi sdraio sul divano ad ascoltare il vento. il che ha il suo lato positivo, visto che il vento non parla.
la sera esco furtivo a portare fuori l’umido e mi porto la pila per fare i segnali luminosi agli ufi, hai visto mai che mi scambino per un suricato.

venerdì 28 marzo 2014

dopo una subdola illusione di primavera, fatta apposta per confondere le primule e i tedeschi, ha nevicato fino a 400 metri (è l’altezza a cui ha nevicato, non l’altezza della neve).
quindi le primule sono gelate (i tedeschi no, purtroppo, ci sono abituati), il cielo ha assunto una tonalità di grigio che i locali chiamano amichevolmente “ampelio” e sta per essere brevettata dalla pantone come colore più deprimente del decennio, mentre la tramontana soffia come se dovesse recuperare un quadrimestre di latino.
in queste particolari condizioni climatiche, grazie ad anni di studi e meditazione presso alcuni maestri orientali e la padronanza delle tecniche geomantiche, acquisto un nuovo superpotere: posso emanare elettricità e passare energie vitali alle macchine, ai citofoni, alle serrature, e in genere a tutto ciò che è metallico, di modo che l’universo è tutto uno sfrigolare di scintille e ringraziamenti alle divinità ctonie. o forse ho solo sbagliato a comprare le scarpe.
nel frattempo io e martina navratilova scegliamo i nomi per una band che fa cover di dylan, creedence clearwater revival, simon & garfunkel e cose del genere.
non dovreste meravigliarvi, è un’occupazione come un’altra, tipo bere sambuca in pausa pranzo, ordinare racchette da ping pong su amazon, passare il tempo a farsi inseguire dai collie (i collie sono i cani dei corrieri).
abbiamo selezionato:
- enrico cover band
- peter paul and mario
- olio 31
- i radiatori della centrale termica
ma alla fine abbiamo optato per l’ultimo, che ci consente di organizzare una serie di eventi nella svizzera italiana con lo slogan “radia tour 2014”.
la sera mi infilo il mio costume da robert musil, poi mi metto alla scrivania a scrivere un breve romanzo di formazione di ampio respiro. sto lavorando a diverse versioni plausibili, ma penso che la versione definitiva sarà questa: zoff, gentile, cabrini, bergomi, collovati, scirea, conti, oriali, tardelli, rossi, altobelli.

mercoledì 5 marzo 2014

arrivo in ufficio mentre il mio sistema limbico è in viaggio verso una beauty farm con vasca idromassaggio e il resto del telencefalo sta contrattando due giorni di ferie con un terapista occupazionale proveniente da una dimensione parallela governata da un fenicottero, due gnomi e un rappresentante della vorwerk che ha sbagliato strada a un incrocio dimensionale.
il risultato è che io ho gli occhi aperti, ma se qualcuno si avvicinasse alla mia pupilla sinistra vedrebbe esposto un cartello con scritto “prove tecniche di trasmissione”.
secondo alcune teorie olistiche, se hai bisogno di qualcosa difficile da ottenere, puoi chiedere all’universo. sempre che tu abbia il suo indirizzo mail, ovviamente.
io pensavo di chiedere un vitalizio mensile e qualche bene immobile di piccola pezzatura, anche se in caso di emergenza potrei accordarmi per un lavoro meno surreale e un deumidificatore.
apro il cassetto della scrivania e viene fuori un germano reale travestito da aleksej grigor'evič stachanov che mi guarda come se avessi sbagliato candeggio e scrolla il becco.
so cosa state pensando, i germani reali in genere non vivono nelle scrivanie e non si travestono da stachanov, quindi devo essermelo immaginato.
beh, vi sbagliate. è una questione di logica, se è un germano reale, non può essere immaginario.
verso le 19.30 arrivo a casa, provo ad attaccare la lavastoviglie, ma non ho abbastanza colla.
fuori, stranamente, piove.
spengo il radiofaro e vado ad annegarmi nel san simone*

* nessun canonizzato è stato maltrattato durante la stesura di questo post

sabato 15 febbraio 2014


esercizi di stile* 
studio # 104
natura morta con autobus vista mare



alla fine non è male avere sette anni ed essere in giro da solo in un posto che non conosci, così lontano da casa, e vedere il mare dall’alto. 
che io al mare ci ero stato una volta sola prima, a milano marittima, e mi era piaciuto anche se non sapevo nuotare e mi tenevano sempre in pineta perché dicevano che il sole mi rende nervoso. 
mi piace vedere il mare, anche se è fine settembre e non ci va quasi più nessuno, e mi piace che qui non mi conosce nessuno anche se poi sono tutti gentili, tipo l’autista dell’autobus che mi ha spiegato dove dovevo scendere.
mi piacciono un sacco di cose, a pensarci. 
mi piace: leggere, correre, infilarmi negli armadi, anche se poi negli armadi è buio e non riesci mica tanto a leggere. mi piacciono le persone allegre e quelle che ti sanno ascoltare anche se sei piccolo.
ci sono anche cose che non mi piacciono, comunque.
non mi piace: fare le punture, mangiare, quando ti dicono che sei troppo piccolo (sono piccolo, mica stupido), quando i grandi mentono. 
che a me mi dicono sempre che non bisogna dire le bugie, e io ci avevo anche creduto, che io sono davvero bravo a fare quello che mi dicono. e quando ho scoperto che i grandi invece le dicono, le bugie, sono stato male e mi sono chiuso nell’armadio per un sacco di tempo. forse è solo che l’ho scoperto troppo presto, forse dovevo scoprirlo da grande.
l’unica volta che non mi arrabbio quando i grandi dicono le bugie è quando ti dicono che andrà tutto bene, e che si sistemerà tutto, e ti tengono stretto e hanno un buon profumo. che io lo so che non si sistema niente, devi solo adattarti alle cose che succedono, ma mi piace sentirmelo dire, e mi piace che mi tengano stretto.
che in fondo è questo che facciamo noi bambini, ci facciamo scivolare addosso quello che succede, così che da grandi possiamo diventare dei disadattati senza problemi.
la prima volta che ho provato a scappare di casa non sapevo dove andare e mi sono fermato sulla porta di casa. 
la volta che sono scappato davvero, invece, sono stato fino a sera nascosto sul balcone delle scale al quarto piano. forse non ho fatto molta strada, ma era perfetto, non ci va mai nessuno sui balconi delle scale condominiali.
però poi sono tornato a casa perché la sera avevo freddo. quando a cinque anni scappi di casa non sai che ti servirà una felpa.
anche adesso potrei scappare, o nascondermi nei tombini, che non ti trovano mai, nei tombini, invece di andare in quella casa strana che è più bella della mia e si vede il mare, ma dentro c’è gente che non conosco. però so già che alla fine ci vado, perché mi aspettano, e perché faccio sempre quello che mi dicono, che sono un bravo bambino, anche se a volte vorrei non esserlo.




* questo per dire che oltre alle robe serie che scrivo di solito, so anche scrivere minchiate. solo che non mi va, tutto qui.

martedì 11 febbraio 2014

mi sveglio e il mio cervello trasmette in loop "vola mio minipony" (so cosa state pensando. ma non è tanto peggio di "gira gira gira, scegli rotowash").
martina navratilova sta ballando hesitation blues* nella versione di jorma kaukonen riarrangiata per lavandino e stendipanni elettrico e, come al solito, piove.
un team di esperti ha stabilito che il problema non è dato dalla nuvolosità dell’area ma da un’unica nuvola di dimensioni oceaniche (che per comodità chiameremo cumulonembo kid) che ha deciso che gli piace la zona.
io mi sdraio sul divano e guardo irlanda galles con il commento di vittorio munari e woody woodpecker.
lo so che vittorio munari non legge questo blog (neanche woody woodpecker, suppongo. in realtà pochissima gente legge questo blog e quasi nessuno è sano di mente; mi sta bene così) ma dato che stanley milgram ha dimostrato empiricamente la validità della teoria dei sei gradi di separazione**, nel caso lo conosceste, fategli sapere che se passasse da queste parti e sentisse il bisogno di una birra o di un bicchiere di vino, offre la casa.
la sera ho un appuntamento in una taverna di ásgarðr (serata country con fagioli e salsiccia e birra a caduta. le divinità norrene ne vanno matte) dove io e un cavedano disquisiamo di evemerismo e metafisica applicata al rugby.
quando torno a casa provo a comunicare con le astronavi degli ufi in orbita, ma la pioggia disturba le trasmissioni.

* ho provato anche io, ma sembro un autistico con problemi di deambulazione e spasmi estemporanei; lei è molto più brava.
** a dire la verità anche io ho sperimentato empiricamente la teoria dei sei gradi di separazione. è facile, basta alternare un bicchiere di jack daniels e un bicchiere di blanton's, ad libitum, finché non svieni sul pavimento. inspiegabilmente, il mio esperimento è meno famoso di quello di milgram.


ultim’ora
è in arrivo sulla piattaforma sky una nuova sitcom con protagonista una disegnatrice di fumetti alle prese con i colleghi, il lavoro e problemi di alcolismo. la nuova serie, che prende il nome dalla protagonista e dalla sua passione per il vino italiano, andrà in onda in seconda serata e si intitolerà hanna & barbera.

sabato 25 gennaio 2014

io e martina navratilova siamo appostati alla finestra a guatare i movimenti di secret squirrell (il che sarebbe perfetto se non fosse buio pesto. abbiamo provato anche con il buio ragù, ma non ha funzionato lo stesso; in ogni caso, non disperiamo) quando la voce di robert burns, proveniente da una dimensione spaziotemporale che si palesa a giorni alterni nel mio frigorifero, mi ricorda che a) è quasi ora di cena, b) è ora di organizzare un viaggio in scozia e c) salute.
(nessuno vi ha costretto a leggere, occhei?).
comincio a lavorare al computer per cercare un itinerario plausibile per girare le highlands e capire se è possibile trovare un biglietto a/r che non richieda di impegnare un rene in una clinica svizzera (la risposta pare sia no).
cinque minuti dopo si impalla mozilla.
esprimo la mia contrarietà manifestando alcune pacate rimostranze alla divinità del libero browser (godzilla) e comincio a preparare la cena.
cinque minuti dopo si impalla la cena.
deve essere la giornata nazionale della bestemmia e nessuno mi ha avvertito.
il mattino dopo arrivo in ufficio con la faccia da réclame della morte improvvisa e passo metà del mio tempo a disquisire di autenticità e riproducibilità con una fotocopiatrice.
io e il ficus benjamin sosteniamo che le nuove tecniche riproduttive non permettano di distinguere l’originale da una copia, lei si ostina a sostenere che le tecniche odierne sono un metodo fascista per assoggettare le masse e, per evitare che l’originale perda la sua aura*, la copia è chiaramente indicata dalle righe orizzontali che occupano l’intero foglio.
il dibattito si fa aspro ma ottengo valorosamente la vittoria quando minaccio di staccarle la corrente.
il resto della giornata lo passo a interrogarmi sull’etimologia dell’espressione “bau cetti” e a chiedermi se nel caso di gatti è filologicamente corretto parlare di “miao cetti”.


* questo rivaluta in chiave metafisica il testo della canzone “l’aura non c’è, è andata via, l’aura non è più cosa mia”

martedì 7 gennaio 2014

piove.
non che sia una novità, del resto.
ma è tipico di homo sapiens cercare novità, hanno anche inventato quella cosa di dividere il tempo in anni, in modo da avere anni nuovi, anni vecchi, anni usati sicuri.
l’idea che l’anno esista, se non sei un agricoltore o un astronomo, è già strana di per sé, ma posso anche capirla: homo sapiens è affascinato dai pattern e dagli schemi ricorsivi, e bisogna ammettere che questo ha i suoi vantaggi; ma l’idea che l’anno abbia un inizio è così ridicola che alcuni ufi in questo periodo tendono a comunicare meno con gli esseri umani e più con specie più evolute, tipo i lemming o i bonobo.
lo so che questa cosa che sul pianeta terra esistono specie molto più intelligenti ed evolute di homo sapiens tende ad essere sottovalutata dagli esseri umani.
del resto, non è strano che gli esseri umani tendono a risultare primi in test di intelligenza (non tutti, a dire la verità) inventati da altri esseri umani. se i bonobo inventassero dei test per misurare l’intelligenza, sono abbastanza sicuro vincerebbero i bonobo. ma i bonobo non hanno mai inventato dei test di intelligenza, e questo dovrebbe insegnarci qualcosa.
in ogni caso, se chiedete agli ufi (sempre che vi rispondano e non siano impegnati a parlare con i lemming) vi diranno che homo sapiens è così idiota che praticamente da sempre identifica l’intelligenza con l’addestrabilità. certo, questo assicura una discreta capacità di sopravvivenza, ma non venitemi a dire che la qualità della vita non ne risente.
in ogni caso, il fatto che piova e che non si vedano ufi in giro, permette a me e a martinanavratilova di guardare alternativamente la finestra e il camino acceso, il che ci rende vagamente catatonici (o atarassici, come amano dire i filosofi, sono gli psicologi che hanno frainteso) e inclini alla speculazione.
come dicono a hollywood, “stupido è chi lo stupido fa”. tranne quando sei sottotono, che allora diventa “stupido è chi lo stupido mi bemolle”.
per il resto, divido il mio tempo libero fra il wild card weekend e il campari coaching.
so che non avete idea di cosa sia un coach di campari, ma è più facile di quello che sembra: il coach fa sedere la sua squadra al bar, meglio se a un tavolo, ma va bene anche il bancone (non direttamente sul bancone, sugli sgabelli davanti al bancone, sennò il barista si innervosisce). si fanno tre o quattro giri di campari per riscaldamento, poi il coach inizia con le combinazioni: campari in due con il bianco, campari e gin, campari alla goccia, dipende dalla creatività dell'allenatore. di solito più si va verso la fine dell'allenamento, più l'allenatore è creativo.

mercoledì 18 dicembre 2013

è una bella giornata di sole, il lago se ne sta placido al suo posto (è bello sapere di poter contare sulla discrezione del lago) e il termometro della farmacia segna 24 gradi. ma non è più rotto, l’hanno aggiustato qualche tempo fa; solo che è rimasto molto ottimista e appena vede un raggio di sole è convinto di stare alle baleari.
il termometro che sta sotto la mia ascella invece, è convinto di stare nel deserto del sonora nell’ora più calda della giornata*, e tutto sommato, non è piacevole per nessuno
quello che sto cercando di ottenere è una temperatura corporea accettabile e un'accordatura aperta di re (secondo le mie fonti, per avere un'accordatura aperta di re devi avere un monarca illuminato. per avere un monarca illuminato devi avere una famiglia reale con un contratto enel) ma alla fine rinuncio a entrambe le ipotesi e mi limito a stendere una pezza bagnata sulla mia fronte, sdraiarmi sul divano** e comunicare il mio disappunto con dei lamenti cadenzati mentre martinanavratilova mi guarda perplessa.
secondo una teoria accreditata presso il massachusetts institute of technology*** le corde vocali sono lo strumento sonoro più flessibile dell’universo (se si esclude un suono estremamente modulabile che i cosmologi hanno verificato provenire dalla costellazione del cane maggiore**** e che chiamano confidenzialmente “voce di suocera”); utilizzandole sulla corretta lunghezza d’onda, avendo cura di usare il cranio come cassa armonica, è possibile aprire varchi dimensionali, viaggiare nel tempo senza utilizzare trenitalia, smaterializzarsi (so quello che state pensando, e sì, è la versione laica del mantra di cenresig).
verso le 17.30 mi smaterializzo definitivamente e finisco in uno spin off di law and order fino a quando non mi faccio prestare della tachipirina da jerry orbach.

* questo risponde alla domanda: “sonora, quando?”
** ho la febbre ma posso sentire tutti i fan di al-khwārizmī fremere di passione. beh, è un hysteron proteron, non rompete, occhei?
*** ad essere precisi, il simmons late night café, ma solo dopo un’adeguata dose di caffè
**** pare che, dato l’anzianità di servizio, stia per diventare la costellazione del cane tenente colonnello

mercoledì 20 novembre 2013

stavo sdraiato sul divano cercando di suicidarmi guardando ininterrottamente la metà sinistra della tv* sintonizzata su eurosport in tedesco e precisamente mentre stavano trasmettendo una partita di snooker** con marco fu (siccome immobile) quando la mia voce interiore mi trasmette un messaggio in arrivo da una dimensione parallela in cui un’entità verosimilmente aliena mi suggerisce di alzarmi e bere del calvados*** (in realtà il calvados si può bere anche seduti, ma mica sempre è a portata di divano) ma soprattutto di smetterla di scrivere lunghi periodi illeggibili pieni di note e parentesi abusando di ipotassi e coordinate pure se non bancarie****.
io opto per ascoltare un consiglio su due, che mi sembra già una buona percentuale.
nel frattempo fuori diluvia, il che è piuttosto normale, se si esclude il fatto che il rumore della pioggia sulla grondaia ricorda una melodia di fado che imprime all’ambiente una caratteristica gioiosa atmosfera che mi ricorda perché stavo provando a suicidarmi con lo snooker (il fado è bello ma è limitato, se non si aggiungono anche le altre 5 note).
la sera, mentre guido in cerca di una pizzeria aperta o di un rösti take away sento un rumore strano sulla mia macchina, tipo la cinghia che gratta. poi accorgo che, per la prima volta in sei anni, sto guidando con lo stereo spento. accendo lo stereo e il rumore immediatamente sparisce.
quindi ve lo dico per esperienza, se volete che la vostra auto non abbia problemi meccanici, accendete lo stereo.

* la metà destra è occupata da martinanavratilova
** in realtà lo snooker mi piace abbastanza quindi non è del tutto adatto al suicidio, ma non c’era né il ciclismo né la formula uno
*** lo so che nessuno beve più il calvados. sono tutti passati al calvawindows
**** questa frase concorre al premio martin heidegger 2013 per il periodo più incasinato dopo la rivoluzione francese

martedì 5 novembre 2013

stavo cercando di tornare a casa durante il diluvio universale settimanale.
ho infilato la muta da sub di ordinanza, sono entrato in macchina e messo i tergicristalli sulla modalità decollo immediato, ma quando su un tornante ho superato una trota salmonata che stava risalendo la corrente mi sono convinto a noleggiare un hovercraft.
fra le altre cose devo confessare che questa cosa del diluvio universale mandato come punizione mi sembra una cosa che, va bene tutto, ma sulla scala evolutiva avvantaggia troppo i pesci; ci deve essere lo zampino (pinnina?) di una divinità ittica.
il giorno dopo, inspiegabilmente, non piove. forse le divinità ittiche sono distratte, o forse è stata quella cosa dell’hovercraft.
mentre esco incontro in giardino che guevara che sta insegnando tecniche di guerriglia agli gnomi.
per lo meno è quello che immagino io, visto che tecnicamente gli gnomi sono molto piccoli, ma soprattutto invisibili (ciò li avvantaggia nelle tecniche di guerriglia, ma li svantaggia negli spostamenti sul territorio. è per questo che che guevara* insiste sul fatto che la velocità di un drappello di guerriglia non è data dal soldato più veloce ma dal pilota dell’elicottero).
in ogni caso, che guevara appena mi vede si infratta nella boscaglia e non ho modo di approfondire.
la sera ho una riunione con alcuni membri della chiesa missionaria del kopimismo in una taverna di asgard, stiamo cercando di capire a) come è possibile copiare degli alcolici e b) se invece di moltiplicare il vino si può fare la stessa cosa con la birra, o se è considerato eterodosso.
quando arrivo a casa metto sullo stereo la colonna sonora di let’s get lost nella partitura originale con l’aggiunta di ronzio elettrico e avvio un meccanismo di retroazione negativa in grado di stabilizzarmi sul divano.

* so che sembra un pleonasmo (o almeno, vi sembrerebbe un pleonasmo se conosceste le figure retoriche) ma mi piaceva scritto così. ne approfitto per sottolineare che sarebbe ora la smetteste di scrivere su internet “che culo” e optaste per un più politically correct “ernesto guevara omosessuale”.

mercoledì 23 ottobre 2013

piove a tratti.
ma non sono del tutto sicuro di sapere dove si trova tratti, quello che importa è che soprattutto piove qui.
insomma, piove regolarmente e senza tregua, ma ogni 15 minuti si scatena il diluvio universale, per sottolineare il dominio delle divinità del clima sul pianeta e la precarietà umana rispetto agli agenti atmosferici (dei tizi in giacca e cravatta nera che controllano che il clima sia quello deciso dalle divinità preposte).
non è che le divinità del clima siano cattive, è che normalmente sono affette da quello che il dsm-iv classifica come disturbo narcisistico di personalità. come gran parte delle divinità in genere, del resto.
grazie al clima secco e gioioso il giardino è disseminato di funghi che gli gnomi usano come rifugi antiatomici o, in alternativa, come respingenti da flipper, a seconda dell’atmosfera del bosco.
non sarebbe neanche poi così male se solo non si ostinassero a cantare le canzoni degli 883 riarrangiate in gregoriano (meglio dell’originale, comunque). io giro per le strade a caccia di ufi crudeli, ma tutto quello che ottengo è una argomentata revisione del concetto di “impermeabile”.
tra le altre cose, visto che sembra che non riesca a ricordarmi di uscire con l'ombrello, una buona soluzione potrebbe essere ricordarsi di uscire con lo shampoo.
verso sera accendo la tv per verificare una teoria della matematica discreta (per chi non lo sapesse, la matematica discreta è meglio della matematica sufficiente, ma peggio di quella buona), in questo caso la teoria di ramsey, che generalizza domande del tipo: qual è il minor numero di programmi televisivi necessario affinché ci si imbatta in un cuoco idiota?
alla fine però mi ritrovo a guardare steaua bucarest – basilea dove severino piacquadio regala perle tipo “goal. uno a uno per lo steaua bucarest”.
prima di andare a dormire incrocio paul erdős che dallo specchio del bagno mi annuncia che la sua mente è aperta, ma anche il mio frigorifero, e sarebbe spiacevole pagare la bolletta enel in comode reni mensili.
ringrazio educatamente, chiudo il frigorifero poi torno in bagno e chiedo a erdős se cortesemente può trovarsi un altro specchio

lunedì 14 ottobre 2013

nel tardo pomeriggio, durante il solito nubifragio delle 18.30, controllo lo stato delle surfinie: la maggior parte ha deciso di depositarsi direttamente sul balcone, quelle più coraggiose si sono suicidate qualche giorno fa, con le prime piogge invernali, mentre un team di esperti meteorologi mi consegnava la nomination come miglior rob mckenna europeo del 2013.
non avendo più le surfinie come forma di comunicazione, io e il mio radiofaro scandagliamo la costellazione di orione in cerca di vita intelligente (qui sulla terra abbiamo difficoltà a trovarne).
ogni tanto ricevo un messaggio dagli ufi sotto forma di istruzioni per l’uso di morniflumato, o di una relazione sulla dipendenza da butamirato citrato, ma tutto con la dicitura “riservato e personale”.
ormai è ovvio che gli ufi non se la sentono di prendere un contatto stabile con la specie homo sapiens. chi può dargli torto?
voglio dire, homo sapiens sta sul pianeta da circa duecentomila anni, ed è diventata la specie dominante da molto meno (a suo dire, ovviamente: è molto facile dimostrare di essere la specie dominante quando sei l’unica specie che viene interpellata).
per farvi un raffronto, i dinosauri sono stati specie dominante sul pianeta per 160 milioni di anni, cioè ottocento volte homo sapiens. le stromatoliti, per circa tre miliardi di anni.
capirete che gli ufi non sono così ansiosi di prendere contatto con una specie praticamente appena nata, tendenzialmente idiota e potenzialmente distruttiva, solo per fare una comparsata a studio aperto.
nel frattempo è arrivato l’inverno, ci sono 6 gradi, e io ho una voce che sembra quella di lurch addams nei momenti di sconforto. quando va bene. quando va male, tossisco come se il mio corpo fosse stufo di avere dei polmoni.
la sera arrivo a casa, indosso il mio costume da jan palach e mi infilo nel camino.

lunedì 30 settembre 2013

mi sveglio e spengo la sveglia che suona mentre segna le 7.30. niente di strano, visto che è stata programmata per suonare alle 7.30 e l’universo sembra procedere normalmente.
quello che è strano è che accendo la luce, chiudo gli occhi, mi alzo, ma la sveglia improvvisamente segna le 8.05, e l’universo è d’accordo con lei.
un team di fisici quantistici sta cercando di esaminare scientificamente i miei momenti di sfasamento spazio temporale, per ora le ipotesi più accreditate sono: interazione con degli universi alternativi, abduction, sindrome di korsakov.
comunque avere una linea temporale accettabile non è un requisito fondamentale per vivere bene, sappiatelo.
al gruppo di auto aiuto del venerdì (quello gestito da un cavedano in crisi depressiva) sostengono che per vivere bene bisogna liberarsi delle figure ingombranti. io ho iniziato buttando via una gigantografia di barbadillo, ma non so se ha già funzionato.
comunque un gruppo di auto aiuto è sempre comodo perché oltre a farti sapere che ci sono persone più strane di te sul tuo stesso pianeta ti insegnano anche a cambiare le gomme, controllare l’olio, ricaricare la batteria. da quando li frequento ho imparato che non si deve masticare lo stesso chewing gum per più di una settimana, a friggere solo quando l’olio è ben caldo e a non far spegnere continuamente il telefono cellulare.

giovedì 19 settembre 2013

mentre cerco di arrivare in ufficio, con la tipica espressione di boris karloff quando scopre di aver sbagliato candeggio, incontro due testimoni di genova (la percentuale di testimoni di genova in questo paese è incredibile, specie se si pensa che non siamo neanche in liguria) che mi sventolano in faccia una foglio di carta con su scritto “svegliatevi”. fosse facile, è almeno un’ora che ci provo, con scarsissimi risultati.
per evitare questioni eseguo il vecchio trucco dell’invisibilità (è facile se si ha il mantello magico*) e mi avvio verso l’ufficio orientandomi con le fessure nei marciapiedi e le voci in schwyzerdütsch (basta stare lontani da entrambi).
nel pomeriggio, io e la sindrome vertiginosa parossistica posturale (svpp) abbiamo in programma una sessione di allenamento con la la tecnica di dispersione di brandt-daroff. per chi non sapesse cos’è la tecnica di dispersione di di brandt-daroff vi basti sapere che il paziente deve passare a prendere con la macchina i signori brandt (detto willy) e daroff, bendarli e lasciarli in mezzo a un bosco di notte.
non è sicuro passino le vertigini, ma è una tecnica che può dare le sue soddisfazioni.
verso sera torno a casa, metto sullo stereo la sonata ak47 di johan karposkij per campanello, violino e kalashnikov, mi infilo della lavatrice e metto il programma per i delicati.
fra le altre cose volevo anche dire che ho noleggiato un aerosol. e niente, è davvero accordato in sol.

* il mantello dell’invisibilità è un oggetto magico che puoi indossare avendo cura che ti copra la testa e buona parte del corpo. quando hai addosso il mantello dell’invisibilità nessuno può vederti in volto mentre cammini, anche se aumentano le possibilità che tu prenda in fronte il primo palo della luce a bordo strada. è pur sempre un mantello dell'invisibilità, mica uno scudo spaziale.

lunedì 2 settembre 2013

campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo
(per quelli che contano, la risposta è ovviamente 42.)*


avevano combinato il tutto sorseggiando gin tonic, bellini e un’aranciata amara donata dal proprietario della villa in cui si trovavano quasi per caso, uno di quegli impeti travolgenti che a volte scuotono il branco.
si sa come andavano quelle cose in quegli anni, tutti ubriachi a notte fonda, quando l’intellettuale del gruppo, sciarpa al collo, vaticina di lotta di classe e con stile sobrio e gesti dotati di estremo fascino spiega che gli uomini mica son fatti per essere schiavi od operai, e bisogna porsi nella prospettiva storica che l’uomo è fatto per lottare contro l’ingiustizia, ballare in piazza e godersi la vita, girare tardi le strade con ferrari a marce automatiche o sgambettare felice nei prati senza alcuna preoccupazione, libero una volta per sempre.
continuava imbaldanzito forse anche dagli effetti dell’alcol, mentre gli altri turbati stavano a guardare, e sfilava in passarella con la sicumera dei giovani mai erranti, come se tutto seguisse un perfetto filo logico.
non si curava se qualcuno gli faceva notare che erano tutte castronerie, che c’è il rischio di dover scappare sui monti e darsi alla macchia, senza neanche poter mai lavare la biancheria, mangiare un piatto caldo, sentire gli investigatori alitarti sul collo o, peggio ancora, che ti schiaffino in prigione per il resto della vita.
non so ancora perché alla fine andò così, sono quelle cose che maturano in un crescere sinfonico, prima sussurrate poi interiorizzate, fino quando alcuni progettarono davvero l’assalto alla national banks vicino agli orti zoologici.
avevano programmato tutto, i mascheroni da buffone che non rivelino le morfologie dei volti, il palo fermo ore all’ingresso per studiare l’attimo adatto, l’auto per la fuga.
e poi l’irruzione, le armi puntate sugli astanti con fare gentile e misurato, con gli occhi rossi di adrenalina che sbucavano dalle maschere e tradivano l’affanno di un azzardo inconfessabile.
quello che li salvo dalla forca fu che alla fine non avevano ucciso nessuno ma rimasero fare i conti con il proprio grosso errore per molto tempo, soli nelle proprie celle.

* se siete qui per caso e non ci avete capito nulla, non avete di che preoccuparvi. questa è una cosa che faccio ogni tanto con i lettori affezionati di questo blog (tre), e quindi niente.
se poi avete capito di cosa si tratta e non avete niente di meglio da fare, volevo dirvi che questa volta è davvero difficile, e anche i pochi malati di mente che di solito fanno queste cose potrebbero incontrare grosse difficoltà. io vi ho avvertito, se poi tentate il suicidio non potete farmi causa, o almeno così sostiene il mio avvocato (che attualmente è uno scoiattolo che pago a ghiande, perché carcarlo è impegnato).
sto ancora cercando un premio adeguato per chi ci riuscirà (ma tanto non ci riuscite), ma sono orientato per un giro in battello sul lago con esegesi di germani reali e germani immaginari, o un tso.
la soluzione completa starà nei commenti, fra qualche giorno

venerdì 23 agosto 2013

campionati mondiali di gatto sincronizzato

alcune foto della gara finale della prova a coppie dei campionati mondiali di gatto sincronizzato 2013, esercizio che ha favorevolmente colpito la giuria che ha premiato la coppia con una media voto di 9,5 per un coefficiente di difficoltà 3,2.
dal 2007 il gatto sincronizzato è disciplina olimpica

venerdì 9 agosto 2013

stavo guardando il campionato mondiale di gatto sincronizzato mentre dalla finestra entravano prepotenti le note di un’orchestra di brașov, marius lacatus e gli ursus sonorum (un sursus di ursus è la hit del momento) quando l’universo mi implode addosso.
non è un grosso problema, uno può sempre cambiare universo (se ha tenuto lo scontrino) o trasferirsi su una singolarità (che è perfetto per gli antisociali), ma mi dispiace per i vestiti.
nel frattempo da queste parti è cominciata la stagione dei monsoni, con violenti temporali giornalieri che mi hanno sterminato le surfinie, e io non so più come comunicare con gli ufi.
quindi faccio come fanno tutti, ricorro alla telepatia, che è uno dei metodi di comunicazione più perfetti ed efficaci. per lo meno finché le persone non si parlano.
è anche arrivato il momento di partire per le ferie, quindi immagino che non ci siano molti lettori da queste parti (già è difficile che uno legga questo blog da casa, figuriamoci dalle ferie) ma siccome so che la gente si perde spesso (qui è pieno di turisti che si perdono, ad esempio) e questo è anche un blog di servizio, in caso di necessità vi lascio una mappa dettagliata per raggiungere comodamente le vostre case.


se vedete in giro uno con i capelli un po’ lunghetti, uno zaino in spalla e l’espressione intelligente di un’attinia, fate ciao con la manina.

venerdì 26 luglio 2013

sono spiaggiato al passo delle colombe (che poi dovrebbe chiamarsi volo delle colombe, che le colombe mica passeggiano) mentre sto cercando di riprendere un ritmo cardiaco accettabile e contemporaneamente litigo con un labrador per il possesso di un panino al prosciutto (il *mio* panino al prosciutto, secondo me; lui invece è di impostazione marxista ortodossa ed è contrario alla proprietà privata) perlomeno fino a quando il padrone del cane non lo distrae con una marmotta impagliata.
il mattino dopo sono in ufficio a meditare sul quando bussano alla porta due testimoni di geova (i testimoni di geova in ufficio è considerato dalla convenzione di ginevra un gradino sotto al waterboarding). gli spiego che il processo a geova si tiene da un’altra parte, e nel frattempo simulo un attacco termonucleare e li congedo promettendo di pensare alla fine del mondo (do).
torno a casa e la tv trasmette a reti unificate l’immagine di una porta.
ne approfitto per segnalare ai giornalisti italiani (vabbè, giornalisti: quelli che dicono le robe in tv) che so com’è fatta una porta.
in ogni caso, provando ad ascoltare l’audio (cosa che sconsiglio vivamente, in ogni caso), si capisce che è una diretta per informare le persone che è nato un figlio alla famiglia windsor. io dico che bastava fare come il tizio giù in paese, che ha messo un fiocco azzurro alla porta e morta lì, mica sono venuti tutti a inquadrare la sua porta. e poi se proprio vuoi creare l’evento (cosa che sconsiglio vivamente, in ogni caso), chiama degli sceneggiatori migliori, trova una location adatta, che so, una grotta con dei pastori, organizza un party di benvenuto con gente che porta doni, insomma, un po’ di rispetto per la tradizione.
comunque, visto che ora sono informato, volevo dire alla famiglia windsor che se ci devi mettere una settimana per scegliere un nome per un bambino, almeno trovane uno originale, mica il nome del bisnonno che la tua famiglia usa da settordici generazioni. allora, dato che sono bravo con i nomi, ne ho selezionati tre che mi sembra possano andare bene per il prossimo:

- sofferenzo (o come dicevan tutti renzo) windsor
- perfida al bjorn windsor
- windsurf windsor

mercoledì 10 luglio 2013

ehi sventura

un paio di pettirossi hanno deciso di fare il nido sotto il pianerottolo della scala esterna di casa, e ora di fianco alla porta di ingresso c’è una nursery che strepita come se non ci fosse un domani, mentre i genitori vanno avanti e indietro con dei vermetti nel becco, sotto lo sguardo attento di martina navratilova che controlla le operazioni di volo dalla finestra.
qualche sera fa, dopo una pizza al passo (che non è l’equivalente di una pizza da asporto da consumarsi passeggiando) mentre scendevamo in macchina abbiamo incrociato nell’ordine (e nella strada): una donnola (redattrice del settimanale dei boschi “io donnola”); un daino (con cui avremmo potuto diventare amici per la pelle, ma pare che lui non fosse d’accordo); un cucciolo di volpe imparentato con lord fennec che attraversava la strada con noncuranza.
ieri invece una volpe adulta zompettava sul prato sotto il balcone di casa, e non ho capito bene se fosse del servizio segreto e stesse cercando di fare la posta a una talpa o se stesse solo cercando di farmi capire che avevo sbagliato il colore delle surfinie.
io da tre giorni ho una gastrite da stress così forte che l’unica cosa che riesco a ingerire è del gaviscon, ma solo se aspirato direttamente con una cannuccia.
anche perché razionalmente sono in grado di gestire gran parte dell’universo mentre la mia soglia emotiva è quella di un bambino di cinque anni con turbe psichiche, sorprendentemente abile a recepire l'addestramento e incline al credersi infallibile. questo genera una lieve dicotomia corporea che si manifesta con visioni mistiche e l’emanazione di una debole aura al profumo di lavanda. gastrica.
nel frattempo delle entità incorporee aliene mi hanno cambiato l’ora della sveglia (ne approfitto per dire agli ufi che io uso il telefono come sveglia) e hanno materializzato una penna blu sul mio comodino.
la cosa più impressionate, ovviamente, è la materializzazione.
per dire, la smaterializzazione è più semplice della materializzazione, per via della freccia del tempo e del secondo principio della termodinamica.
spesso ai seminari di specializzazione per il gruppo di controllo ufi ho assistito a delle conferenze di guru che davano dimostrazioni di smaterializzazione: una volta, a stoccarda, un maestro di yoga ha smaterializzato un litro di birra in pochi secondi

lunedì 24 giugno 2013

chiamatemi ismaele. che non si trova mai quando si ha bisogno di lui.
mi sveglio e il mio cervello sta trasmettendo in loop la prima strofa di seven bridges road nella versione per glockenspiel cantata dal coro dell’armata rossa.
ho avuto dei risvegli migliori, per dire. ma anche peggiori, adesso che ci penso.
alla fine è arrivata la primavera. lo so che tecnicamente nell’emisfero occidentale sarebbe cominciata l’estate, ma da queste parti l’estate arriva intorno a metà luglio e si manifesta con temperature miti ma con l’umidità tipica delle foreste tropicali, temporali giornalieri la sera, con occasionali grandinate e trombe d’aria; questo per lo meno fino a metà agosto, quando inizia ufficialmente l’autunno.
la domanda di spostamento della zona in una fascia climatica più consona è stata presa in gestione dal call center clima, e verrà lavorata entro la fine del millennio. per lo meno così mi hanno garantito, hanno tempi di attesa più brevi del call center telecom.
che sia iniziata la primavera è facilmente evincibile dal fatto che la mia quantità di starnuti al minuto è pericolosamente vicino al record del mondo (ce la giochiamo io e un ragioniere di kyoto) e che le surfinie sul balcone sono resuscitate.
le surfinie servono per comunicare con gli ufi, come le bandiere alfabetiche. alcuni esempi di messaggi tipici da inviare agli ufi sono:

- surfinia bianca = affermativo
- surfinia porpora = ho un gatto a bordo, tenersi bene a distanza e procedere a bassa velocità
- surfinia azzurra = ho il cervello in avaria; non comunicate con me
- surfinia bianca e rossa = state andando verso un pericolo
- surfinia violetto = richiedo un mojito

se vi state chiedendo come comunicare un diniego, basta ritirare le surfinie.
nel frattempo i liquidi presenti nelle mie orecchie hanno deciso di subire l’influenza della gravitazione lunare e il mio equilibrio statico percepito sta raggiungendo velocemente quello psichico.
secondo il team di esperti che ha preso in esame il mio caso (in realtà ognuno aveva una diagnosi diversa, hanno deciso a birra e salsiccia e la diagnosi ufficiale è dell’unico medico che non è svenuto) si tratta di un’evidente sindrome da vertigine parossistica posturale, oppure di un’ipersensibilità acuta ai terremoti di tutto il pianeta. in pratica è come essere ubriachi, ma a mente serena.
quando torno a casa dall'ufficio, mi inietto dell’antistaminico direttamente nella ghiandola pineale, poi mi chiudo in una camera iperbarica a declamare melville.

lunedì 10 giugno 2013

sono sulla tolda ad abbaiare alle stelle (secondo alcuni crittoanalisti pare sia un modo efficace di comunicare con la costellazione del cane) approfittando dell’unica notte in cui non piove, quando all’improvviso avvisto una flotta di invasione di ufi crudeli e contemporaneamente vengo catapultato in un universo parallelo (ma non mi lamento troppo, in un universo perpendicolare sarebbe stato peggio).
la coincidenza è sospetta, come sa benissimo qualsiasi utente di trenitalia.
capisco che qualcosa deve essere andato storto da alcuni dettagli (tipo: siena in finale, nadal che vince per la settordicesima volta il roland garros, manu ginobili che smaterializza il pallone prima di un passaggio*) e ora mi trovo a sostenere infinite varianti di situazioni direttamente riconducibili al test della kobayashi maru.
nel frattempo continuo ad andare in ufficio e cerco soluzioni intelligenti per tornare in una dimensione più consona (finora non ne ho trovata nessuna, ma vabbè. nonostante quello che vi hanno sempre detto, le dimensioni contano. anche se non sempre in base dieci).
verso sera gioco a rialzo** con martinanavratilova (o una versione particolarmente evoluta di martinanavratilova) e perdo, poi mi sdraio sul tappeto mentre il mio cervello trasmette in loop la sigla di miominipony***.
in ogni caso, quando trovo un universo più sensato, vi avverto.

* ho le prove
** se non avete mai giocato a rialzo, siete stati dei bambini fortunati
*** se non avete idea di cosa sia la sigla di miominipony, siete stati dei bambini fortunati

uso privato di mezzo pubblico (pub)
volevo dire alla ragazzina che in un pub lacustre ha visto un tizio squinternato che prima di uscire dal pub cercava di attirare l’attenzione del tastierista tirandogli dei biglietti da visita del pub, e poi sporgendosi sopra il vetro e spolverandogli i capelli con un ombrello tascabile (maledetti air monitor) che il tizio squinternato è stato davvero molto felice che tu non l’abbia guardato male e che alla fine tu gli abbia fatto ciao con la manina

martedì 28 maggio 2013

diario del capitano, data stellare: vedi tappo della confezione

e niente (il mio maestro di scrittura creativa dice che non bisognerebbe mai iniziare una frase con “e niente”, ma che ne sa un cavedano, dico io), avevo una mezza idea di lanciare un delurker day, ma poi alla fine mi sembrava non ne valesse la pena.
insomma, i lettori vanno e vengono, parlando di michelangelo (lo so che non l’avete mai capita, questa cosa di michelangelo. è il caso che ora lo sappiate, è una citazione da t.s. eliot), e questo blog non è fatto “esattamente” per i lettori, quindi vabbé.
cioè, è pubblico, quindi mica mi dispiace se le persone leggono, ci mancherebbe. sta qui apposta per essere letto. ma comprendo che non sia una lettura particolarmente immediata.
in ogni caso, non era esattamente quello che volevo dire.
quello che volevo dire è che non amo particolarmente le ricorrenze (non più delle iterazioni o delle successioni, comunque), ma il fatto è che sono passati dieci anni giusti da quando questa cosa è iniziata.
lo so, in dieci anni sono cambiate molte cose: non c’è più splinder, dove tutto è iniziato (e questo vorrà pur dire qualcosa), e i blog come forma di comunicazione sono morti da almeno due anni.
nel frattempo io ogni anno ho aggiunto una foto (ora sono nove; lo so che la maggior parte di voi non riesce a trovarle, ma mi sembra di aver già detto che questo blog non è fatto “esattamente” per i lettori).
per lo meno, queste sono alcune cose che sono cambiate per quanto riguarda questa cosa che chiamiamo blog.
per quello che riguarda me, sono cambiate molte più cose, ovviamente. ma non amo parlare di me in maniera diretta agli sconosciuti, non so se ve ne siete accorti.
insomma, questo blog si trascina da dieci anni, due piattaforme, 997 post (compreso questo), svariati commenti e perpetua una particolare predisposizione all’uso inopinato di parentesi. in fondo, è tutto qui.
poi volevo dire che con tutta probabilità questa cosa per ora continuerà ad andare avanti, con i miei ritmi (jazz) e i miei tempi (piove, come al solito) e sarà sempre un po’ uguale a se stessa (come potreste verificare se leggeste gli archivi: ma lo so che non leggete gli archivi, è il motivo per cui sarà sempre un po’ uguale a se stessa).
perché nonostante io sia evidentemente contrario, purtroppo appartengo ancora alla specie homo sapiens, e gli esseri umani, alla fine dei conti, non fanno altro che raccontare storie.
voglio dire, noi esistiamo solo in quanto narratori di noi stessi. l'autonarrazione è quella cosa che si chiama identità.

martedì 7 maggio 2013

stavo camminando in riva al lago quando all’improvviso l’universo implode. non che sia un grosso problema, un sacco di universi implodono in ogni momento, e nessuno se ne lamenta troppo (anche perché voglio vedere come fai a lamentarti dopo che sei imploso).
in questa stagione, a queste latitudini, appena dopo il tramonto il cielo assume un colore magico che apre dei varchi dimensionali verso altri universi. il fatto è che in questa stagione, a queste latitudini, il tramonto si vede molto raramente perché piove ininterrottamente per mesi interi e il lago tende a farsi delle lunghe passeggiate in centro paese.
quindi alla fine riesco a infilarmi in un universo alternativo, che però è sbagliato.
chiedo la verifica del notaio (era una delle armi segrete di lupin ii prima dell’upgrade) ma pare che in questo universo non sia prevista.
quello che mi resta sono delle disfunzionalità diffuse nell’area di broca, un dialogo a mezza voce con un cigno e la sigla di mio mini pony.
io mi ritiro nelle mie stanze a disquisire con ilya prigogine di labirintite e sistemi complessi lontani dall’equilibrio, poi chiudo prigogine nell’armadio e insieme a martina navratilova sfogliamo il nuovo libro della trilogia di aldiprando arnesson “il pianeta non ha bisogno di essere salvato, io sì” (per chi fosse interessato, il primo libro si intitola “vorrei salvare il pianeta ma non ho ancora chiesto il suo parere”, mentre il terzo, di prossima uscita, si intitola “ecco le mie coordinate bancarie”.

mercoledì 24 aprile 2013

io di solito non parlo di attualità, lo sapete. anche perché l’attualità mica esiste. ma visto che siamo rimasti in pochi e che sto organizzando un delurking day per il prossimo maggio, volevo fare una confessione.
io ho un problema con la tv. non nel senso dell’elettrodomestico, nel senso di quello che trasmette (infatti per molto tempo non l'ho avuta).
se c’è la tv accesa tendo a diventare addicted e non riesco a staccarmi (mi pare scortese non ascoltare uno che ti sta parlando). quindi non riesco ad addormentarmi con la tv accesa, e fatico a spegnerla, il che può ingenerare qualche problema di algoritmo (ad esempio non potrei mai tenere la tv nella stanza in cui dormo).
ma il problema non è quello; il problema è che non guardo quasi mai film (neanche i cosiddetti “programmi giornalistici”, ma quello mica è un problema, se non li guardo è solo perché i giornalisti si sono estinti nel ’52).
il fatto è che il 90% dei film mi fa paura, non riesco a vederli.
non è per le immagini disgustose, che quelle mica mi danno tanto fastidio; cioè, magari solo un po’, ma non è affatto per quello.
il problema credo sia che io empatizzo. empatizzo con le persone che stanno per essere uccise, con quelli che vengono maltrattati, con chiunque stia soffrendo, con quelli che si imbarazzano per un equivoco. insomma, empatizzo sempre con i buoni; è una cosa indipendente dalla mia volontà, e che mi fa stare male anche fisicamente (l’unica cosa che mi preoccupa è che quando ho visto matrix empatizzavo con le macchine, ma insomma).
non serve a niente sapere che sono robe finte, proprio non ce la faccio.
non è solo un problema dei film di paura (quelli davvero non li capisco, voglio dire, non basta la realtà? pure i film di paura, devi fare?) è proprio una cosa che mi succede con quasi tutti i film.
quindi il massimo che posso fare è vedere i film a pezzi, cambiando canale in tutti i momenti clou, il che mi porta a vivere l’esperienza del film come se fossi affetto da sindrome di korsakoff (può avere i suoi lati interessanti, comunque).
altrimenti va a finire che guardo solo lo sport, i documentari e le serie tv che non siano idiote e che non facciano troppa paura. questo restringe un po’ il campo, lo ammetto.
ma anche le serie tv non del tutto idiote hanno una cosa che non sopporto proprio. se c’è una cosa che odio sono le sottotrame che si sviluppano lungo tutto l’arco delle puntate di una serie.
il nemico che si trascina per tutto l’anno fino all’ultima puntata, la storia d’amore in evoluzione, lo sviluppo psicologico dei personaggi. perché devi metterci tutte queste cose? perché invece di fare dei telefilm tipo hazzard e simon & simon, tre quarti d’ora e morta lì, mi fai dei film da 26 ore divisi in puntate da 50 minuti?
fidelizzano lo spettatore, dicono gli sceneggiatori. e quindi ormai le serie tv sono tutte così. ti costringono a guardare anche le puntate dopo, e in ordine cronologico, sennò poi non capisci, o ti resta il dubbio di come va a finire. insomma, ti fanno stare sulle spine per tutta la durata della serie.
ecco, cari sceneggiatori, forse vi sfugge il punto.
io quando guardo la tv non voglio affatto stare sulle spine, voglio solo rilassarmi sul divano e non pensare a niente.
se volessi stare sulle spine guarderei il mio estratto conto.

mercoledì 3 aprile 2013

mi sveglio e la collina che dà sul lago è tutta ricoperta di primule, c’è il sole, ed è tutto un fiorire di switzerdütch, ma fa comunque un freddo becco.
si capisce che è arrivata la primavera perché sono in coda dietro un’audi targata russia (?), a una volkswagen targata liechtenstein (fl) e una subaru targata zugo (per chi non lo sapesse, affidabili studi medici consigliano di non mangiare la pasta a zugo).
nel finesettimana mi iscrivo a un corso di sherpa e affronto le prove pratiche con ottimi risultati (per esempio, riesco inaspettatamente a non morire) poi per ripicca cerco di suicidarmi alternativamente con tagliata di manzo e guinness e pizzoccheri e rosso di valtellina, anche qui con scarsi risultati, ma per lo meno mi sembra una scelta più intelligente.
martedì sera una delegazione di ufi tiene una conferenza sul concetto di infinito (vi basti sapere che non ha a che fare né con l’innatismo, né con le ferie) poi se ne va lasciando un messaggio di speranza al cosmo erroneamente confuso dalla specie homo sapiens con le istruzioni di montaggio di un beddinge murbo.

comunicazione disservizio
il redirect del link eddiemac.splinder.com non funziona più. o meglio, funziona, ma solo in corrispondenza di complicate congiunzioni astrali e con toro in prima casa (non paghi l’imu, ma ti devasta l’arredamento).
quindi niente, o vi aggiornate il link a controkarma.blogspot.com, oppure qui non ci arrivate più (suppongo riuscirete a dormire lo stesso)

mercoledì 20 marzo 2013

arrivo in ufficio in ritardo, dopo aver seguito in religioso silenzio una processione ieratica presieduta da una citroën méhari e condotta da un settuagenario adepto del bianco sporco, che incensava ignari escursionisti con il tubo di scarico.
non è una valutazione morale, sia chiaro, è solo che non mi piace arrivare in ritardo.
a dire la verità ho ordinato online una macchina del tempo da installare in ufficio ma c’è stato un disguido con il corriere e mi è arrivato un orologio a pendolo.
dalla finestra di fianco all’ufficio degli operai edili armati di trapano a percussione stanno cercando di aprire un varco dimensionale attraverso lo scarico delle acque condominiali, producendo delle scariche epifaniche ogni volta che i neuroni entrano in sintonia con le vibrazioni.
io mi chiudo nell’orologio a pendolo e vengo trasportato nell’era del mucolitico, un’era geologica in cui il pianeta è entrato in una fase di raffreddamento.
verso sera alcuni esponenti del comitato di controllo per le attività degli ufi sul pianeta si mettono in contatto con il mio ufficio stampa (un suricato con cui comunico telepaticamente, attualmente vive nello zoo di berlino per motivi di affitto) per informarmi di una serata a tema “stufato alla guinness” presso una taverna di ásgarðr in onore di un’intelligenza aliena chiamata maewyin.
torno a casa, saluto martina navratilova, mi appendo al cervello un cartello con scritto "chiuso per ferie" poi esco e mi inietto della guinness direttamente nell’ipofisi.

venerdì 1 marzo 2013

capisci che sei stanco quando, verso il crepuscolo, mentre sei in coda sulla tangenziale di milano all’altezza di cusago (in realtà cusago è basso, sappiatelo), vedi un dinosauro appena fuori dalla carreggiata.
lo ignoro e continuo a conversare amabilmente con un parmigiano reggiano.
quando, in vista di casa, supero un podista che sembra un incrocio fra paula radcliff e un cammello zoppo decido che è arrivato il momento di spegnere il cervello.
arrivo a casa, metto sullo stereo la sinfonia n. 5 (l’ergonomica) di johan kirghinskij nella partitura per trapano elettrico e glockenspiel, poi mi chiudo nella lavastoviglie (avrei voluto chiudermi nell’armadio ma c’è una riunione del gruppo per l’abolizione dell’onomastica fra libano zanolari, aramis dozio e severino piacquadio) e tento il suicidio recitando compulsivamente il salterio di egberto.
il giorno dopo sto benissimo, il che significa che probabilmente esistono metodi di suicidio migliori.

sms
xx: sono contento di averti visto, ti ho trovato bene
io: per forza, mica mi ero nascosto.
xx: sei un cretino

venerdì 8 febbraio 2013

io e martina navratilova stiamo cercando di capire se il disegno sul tappetino del bagno è un mandala o un crop circle, e contemporaneamente disquisendo le implicazioni teoretiche del sincretismo* (per lo meno io: lei mi guarda con la tipica espressione incazzata di un cucciolo di alpaca. a tale proposito vorrei ricordare che un alpaca se è piccolo si chiama alpacino, da cui il nome dell’attore. alpachino invece, è un pomodoro siciliano) quando ci appare l’imperatore joshua norton per chiederci un asciugamano e un bicchiere di amaro wunderbar**.
qualche ora dopo, mentre il ghana perde ai rigori contro il burkina faso, sono ad una conferenza sapienziale in cui alcuni esperti illustrano una dottrina teosofica che richiama teorie astrologiche (una cosa che ha a che fare con il campo astrale, la segnatura astrale e l’esultanza sotto la curva astrale) e teorie psicologiche (come la teoria dei tre stadi: stadio orale, in cui impari a parlare, stadio anale, in cui impari a mandare tutti a fare in culo e stadio meazza, in cui unisci le due cose).
decido di intervenire nel dibattito con un koan meditativo sull’origine del mandala e sulla manifestazione del cosmo che vi riassumo qui:

il maestro ram mohan (si chiamava così perché ricordava le cose in maniera casuale, e se ne lamentava spesso) aveva dimenticato di pagare le bollette, e girava per casa al buio ma sbatteva contro tutti i mobili.
interrogò dunque i sacri veda*** per sapere cosa doveva fare con la raccomandata con la richiesta di riallaccio alla corrente.
e i sacri veda risposero: mandala.
ed egli fu illuminato.


per una migliore comprensione di questo koan consultate la vostra ghiandola pineale.

* un esponente del sincretismo si può chiamare, a seconda dei casi, sincretista o sincretino.
** un nome una garanzia.
*** la parola veda indica il “sapere”, la “conoscenza”, la “saggezza”, e i sacri veda sono un'antichissima raccolta di testi in sanscrito che si dividono nei tre libri principali: veda lei, veda un po’, veda di andarsene

martedì 29 gennaio 2013

io e il mio maestro di rilassamento emotivo (uno svasso che ha studiato filosofia analitica a oxford) siamo in riva al lago a bere del monte di colore (da cui il detto tiri il sasso e poi nascondi l’amaro. ci sarebbe anche il detto tiri lo svasso e nascondi la mano, ma temo che il mio maestro di rilassamento emotivo la possa prendere sul personale).
occorre anche dire che bere monte di colore non è una pratica ortodossa secondo le tecniche ufficiali di rilassamento emotivo, ma aiuta.
stiamo dibattendo su un annoso problema emotivo, ossia se dovrei liberarmi o meno di una confezione di camomilla scaduta nel 2010 (so quello che state pensando, ma è un’ottima annata per la camomilla) quando il comitato per l’accoglienza di ufi in missione di pace mi comunica telepaticamente (esistono mezzi di comunicazione migliori, sappiatelo) le coordinate per la prossima riunione operativa: lat 46.46262, long 9.19196.
quindi nel weekend mi metto in coda dietro a una hyundai atos che ha deciso di fare i tornanti a 5km/h (con tutta probabilità ha fatto un giuramento e sta aspettando la hyundai porthos e la hyundai aramis. ne approfitto per dirvi che non c’è niente di difficoltoso nel fare i tornanti, anche se devo ammettere che essere bruno conti potrebbe aiutare).
il giorno dopo ho una mobilità articolare che ricorda da molto vicino quella di un paracarro.
per ovviare al problema sono indeciso fra smirnoff e succo d’arancia o perskindol, ma alla fine mi decido per la vodka (lo svantaggio del perskindol è che dopo l’applicazione profumi di mentolo e c’è la possibilità che alcune vecchiette ti scambino per padre pio).
poi mi metto comodo sul divano ad aspettare l’influenza o, in alternativa, un’ecpirosi.

disclaimer: questo post può indurre all’uso inopinato di parentesi o di prodotti alcolici. nessuna parentesi è stata maltrattata durante la scrittura di questo post.

mercoledì 16 gennaio 2013

medicina internazionale
(per quelli che contano, 39. quest’anno è un numero magico)*


se vi capitasse di passare per roma sappiate che sarebbe facile per voi (dopo una gimcana da competizione per il parcheggio, ovviamente), recarvi nella zona dei colli albani a cercare un’erboristeria o una farmacia da asporto, un negozio di alimentari che serbi ancora una medicina tradizionale contro il mal di testa.
durante il tardo impero, infatti, gli antichi romani avevano già intuito quale male sia così infido e maligno da far impallidire anche i tiranni, arrivare a casa sudanti e in preda al timor estremo che non passi se non con un colpo ben assestato di daga.
la tradizione si è conservata nei negozi della capitale e, se non vogliamo vederci proporre un intruglio di acido acetilsalicilico, more e laudano, delle pastiglie di dubbia provenienza e di media cubatura, o tinture che ci ridurranno il capo verde e i vestiti da buttare (lungi da me voler infligger mania di persecuzione nei lettori, ma alcuni negozianti romani si sentono liberi al raggiro, questo va detto) la nostra pianta è sicuramente il ginepro.
lo troviamo già negli armadi angolari della farmacia di dubrovnik (la più antica farmacia europea conservata nel suo stato originale) e anche secondo alcuni testi apocrifi gitani, con questa pianta, detta anche erba del monaco (poiché veniva usata nei conventi) o erba di santa lucia (poiché si riteneva migliorasse la vista) si riabilita la funzione neurovegetativa e si rinsalda la connettività neuronale; come stendere una mano di malta sulla ossatura cerebrale.
testimonianze delle sue origini orientali si trovano sull’isola di samo, al largo delle coste turche (gli antichi non solo ne ingerivano germogli e bacche durante le fasi acute, ma lo intrecciavano a ghirlanda e lo indossavano come forma di prevenzione) ma ben presto l’uso si estese in tutti i domini cattolici e nel medioevo anche oltre oceano, tanto che la medicina moderna uruguagia ne contempla l’uso come blando antiinfiammatorio e ormai non c’è angolo del pianeta o landa desolata che ne misconosca le qualità.
e devo dire che è un’erba che funziona; io, nelle fredde sere invernali, ubriaco di grappa la usavo per ridurre il dolore alle tempie.
se siete amanti del fai da te, sappiate che occorre attendere i mini germogli di primavera, reciderne i gambi alla base e procedere indi a polverizzare il tutto per benino, prima di ingerire con acqua abbondante.
tu valuta se vale la pena acquistare la pianta, e sicuramente mi ringrazierai. nel caso volessi anche mandarmi dei soldi scrivimi che ti mando l’iban o alla peggio il numero della postepay.

* se siete qui per caso e non ci avete capito nulla, non avete di che preoccuparvi. questa è una cosa che faccio con i lettori affezionati di questo blog (due), e glielo dovevo. se poi avete capito di cosa si tratta e non avete niente di meglio da fare, la soluzione completa starà nei commenti, fra qualche giorno.

domenica 30 dicembre 2012

non so se ve ne siete accorti, ma il mondo non è finito. ne è rimasto ancora un po’ in frigo. se ve lo state chiedendo, se nessuno lo finisce va via con l’umido*.
in ufficio il router è entrato in modalità albero di natale e si riempie di lucine intermittenti, ma soprattutto fisse. io in genere non apprezzo lo spirito natalizio delle periferiche (non apprezzo lo spirito natalizio di nessuno, se devo essere sincero) ma il risultato è che internet, fax e telefono non funzionano.
il call center di fastweb da 4 giorni sostiene che entro 72 ore il problema sarà risolto, probabilmente perché hanno trovato un modo per curvare lo spazio tempo.
io provo a chiedere al gatto se riesce a risolvere il problema, ma pare che non sia granché interessato. in macchina jj johnson è sei mesi che mi suggerisce di chiamare jj5, il che aiuta, ma non migliora la situazione del router.
alla fine vado a casa, saluto piccettino e martina navratilova e mi infilo nella lavastoviglie.
la sera guardo la coppa spengler, la nfl oppure leggo.
ad esempio, peer jaan aavingsberg, ricercatore presso il dipartimento di geografia dell’università di lovanio, ha analizzato in dettaglio lo sviluppo della cartografia occidentale.
secondo il suo libro “la mappa non è il territorio sennò si chiamerebbero uguale” (ed. jaka book) i cartografi occidentali avrebbero trovato particolari difficoltà nella mappatura dell’indostan, e in generale la regione ad est dell’indo, forse anche per la difficoltà che rappresentava attraversare la catena dell’hymalaia; tanto è vero che in alcune mappe del 1500 si trova erroneamente indicato come indokazzostan.
a breve sono previste le nuove uscite dei libri di aavinbeerg “la mappa non è un ornitorinco” sulla storia della geografia dell’oceania e “la mappa non è un acceleratore nucleare” sulla ricerca del bosone di higgs (immagino saprete che l’hanno trovato: era in fondo a un cassetto).

* noi qui si fa la raccolta differenziata della frazione umida**. è facile perché piove spesso
** mi rendo conto che “frazione umida” fa un po’ staffetta di atletica, ma vi giuro che si dice così

martedì 11 dicembre 2012

è un tranquillo sabato di dicembre, il lago brilla sotto i raggi del sole, le montagne innevate svettano indomite nel cielo limpido del pomeriggio e il termometro della farmacia segna 19 gradi.
peccato che il termometro della farmacia sia rotto.
io ho addosso così tanti strati di piumino da avere il profilo dell’omino michelin dopo che ha mangiato pesante e non saprò mai quanti gradi ci sono realmente perché nessuno dei pinguini qui intorno sa aiutarmi.
torno a casa e mi metto in ascolto di comunicazioni da parte degli ufi.
dopo che mi hanno devastato un comignolo parcheggiando l’astronave, ho convinto gli ufi a comunicare con dei colpi sulle falde del tetto (è uno dei vantaggi di abitare in un sottotetto. ce ne sono anche altri, ma ora non mi vengono in mente).
abbiamo stabilito un codice:
  • 1 colpo sulla falda sinistra e 3 sulla falda destra sta per: invasione immediata;
  • 4 colpi a sinistra e 4 a destra sta per: stamattina effettuiamo ricognizioni sotto copertura travestiti da postini;
  • 7 colpi a sinistra e 1 a destra sta per: atterriamo per le 22 gmt, a murmansk. ma solo se non fa troppo freddo;
  • 3 colpi a sinistra e 1 a destra sta per: sabato riunione operativa al bar, che c’è la birra di natale della theresianer con le alette di pollo piccanti;
  • 24 colpi a sinistra e 37 a destra sta per: abbiamo perso il conto e non sappiamo più cosa volevamo dire;
  • 126 colpi a sinistra e 82 a destra sta per: c’è un maledetto ghiro sul tetto che disturba le comunicazioni.
  • io e martina navratilova ci mettiamo in ascolto ma tutto quello che sentiamo sono i tarli nella cesta della legna, così alla fine ci tocca accendere il camino per evitare che i tarli ci invadano.
    la sera gestisco con fermezza un tentativo di sovversione interna da parte del comitato per la liberazione delle alette di pollo piccanti, poi cambio le pile del radiofaro e mi infilo nella lavastoviglie.
    se ricevete comunicazioni per me da parte degli ufi, mandatemi una mail

    martedì 27 novembre 2012

    mi sveglio mentre un coro di nani da giardino installato sul davanzale e diretto da hugh troy junior canta fever all through the night, everybody's got the fever, that is something you all know battendo ritmicamente la testa contro la finestra.
    in mancanza di una sezione ritmica, battere la testa contro la finestra aiuta più che schioccare le dita. almeno stando al mio maestro di armonizzazione interiore. e comunque è piuttosto difficile insegnare a un nano da giardino a schioccare le dita.
    pur avendo qualche lieve difficoltà articolare e motoria, analizzando brevemente le differenze fra indie pop e indie per cui mi alzo.*
    piove, fa quasi freddo, e il mio tentativo di ricreare un microclima simile a quello delle trobriand è miseramente fallito (peccato perché avevo già preso in considerazione di travestire piccettino** da malinowski).
    avendo consapevolezza che la prossima bella giornata sarà fra circa sette mesi, il numero di bestemmie per minuto tende decisamente al limite di bremermann.
    ad ogni modo sono felice di alzarmi perché in agenda ho un paio di problemi scientifici molto stimolanti che ho approcciato con il metodo filosofico.
    so che molti scienziati sono convinti che non esista un modello filosofico; invece il modello filosofico esiste, è scientificamente applicabile e suona più o meno come: "da qualsiasi parte la guardi, non otterrai mai lo stesso risultato". da lì si iniziano ad applicare modelli stocastici, la meccanica quantistica, poi di solito si lascia perdere e ci si beve una birra (la filosofia non risolve i problemi, li abita. ma non ci paga l'imu, sennò non avrebbe i soldi per la birra).

    * questa frase è pericolosamente instabile, ma un team di esperti ha stabilito che non può esplodere.
    ** andré agassi si chiama così in omaggio a leo ortolani, quello che disegna rat-man. per chi non lo sapesse, leo ortolani, con un tempismo invidiabile (appena una decina di anni di ritardo), ora ha un blog: questo. poi non ditemi che non vi avevo avvertito.

    lunedì 12 novembre 2012

    stavo cercando di suicidarmi con freecell (un team di esperti ha stabilito che è possibile, anche se c’è il fondato rischio di non morire ma di diventare epilettici a vita) quando un emissario di andreetta e pesciallo* mi fa sapere che martina navratilova, franco davin e suo fratello bicer mi aspettano per disquisire sulle possibilità di del potro di arrivare in finale al master.
    di norma leggerei il futuro nei fondi di gattinara, ma è un passatempo decisamente costoso, così decido di aspettare domenica.
    nel frattempo mi inserisco in contese verbali con la delicatezza che contraddistingue un board check di petteri nummelin e continuo ad interrogarmi sul principio di realtà (secondo un’interpretazione filosofica eterodossa che attualmente mi sento di condividere, la realtà non è altro che ciò che continua ad esistere anche quando smetti di crederci. è un modo come un altro per dire che il nostro universo è piuttosto testardo).
    quando ho un po’ di tempo mi sdraio sul divano e studio le affinità e le divergenze fra il brandy vecchia romagna e il brandy questa mano zingara.

    * se non sapete chi sono andreetta e pesciallo vuol dire che non avete mai visto la tsi (che adesso si chiama rsi perché la creatività degli svizzeri è illimitata). d’altra parte, google sta lì apposta, devo dirvelo io? ma se solo aveste un briciolo di fiducia in me (lo so che non l’avete, dico per dire) potete tranquillamente andare avanti a non saperlo e vivere bene uguale.

    ultim’ora
    in uno studio sulla cultura arcaica pubblicato sulla rivista “nature” l’etnologo marc zetterberg è giunto alla conclusione che alcune frasi della saggezza popolare mediterranea andrebbero riviste sulla base di pregiudizi radicati nelle comunità di quelle aree geografiche. i risultati dello studio saranno pubblicato in un libro edito dal saggiatore dal titolo timeo danaos et dona bionda

    mercoledì 31 ottobre 2012

    non è che sono sparito (cioè, ci ho provato, ma il corso di smaterializzazione ha subito un lieve ritardo perché non riusciamo più a trovare il maestro) è solo che mi si sono congelati i neuroni.
    ieri io ed alcuni pinguini stavamo scrostando il ghiaccio dal parabrezza dalle nostre auto (alcuni i pinguini hanno la patente, sì. è una scelta razionale, quando si rendono conto di quanta fatica fanno a muoversi sulla terraferma) con grande scorno di alcuni gabbiani di passaggio che stavano provando alcune accelerazioni nella speranza di trovare un ingaggio nell’ambrì piotta.
    ho ancora il cervello tarato sulla funzione paraflu quando all’improvviso un pakistano con lo zaino di poochie mi chiede se può lasciare dei dépliant nella cassetta della posta o, in alternativa, vendermi un’edizione del de trinitate di sant’agostino rilegato in brossura.
    opto per i dépliant, poi metto il riscaldamento dell’auto sull’opzione harmattan e aspetto che vada in temperatura e in ufficio. invece niente, devo guidare io.
    questo mi ricorda che invece alcune astronavi madri* delle flotte ufi hanno la rotta impostata in automatico (mentre gli ufi più evoluti usano il teletrasporto**) e la maggior parte delle rotte prevede di evitare la terra, per lo meno finché la specie homo sapiens è in giro per il pianeta (la specie homo sapiens non è abituata a pensare in termini di tempo su scala planetaria. noi ci immaginiamo che il pianeta sia a nostra disposizione e che lo occupiamo da sempre. in realtà, in termini generali, se paragoniamo l’età del pianeta ad una giornata di 24 ore, noi siamo qui da circa un trenta secondi. quindi una specie aliena che ha avuto tutto il tempo di visitare la terra e quando arriva la trova occupata da homo sapiens riassumerebbe la questione con un’unica parola: sfiga. tra l’altro ora c’è anche molto meno posto per parcheggiare l’astronave).
    in serata, io, martina navratilova e andré agassi (che però vuole restare in incognito, e d’ora in poi lo troverete indicato come “piccettino”) proviamo a testare delle procedure per spostare dei bias cognitivi, peraltro con esisti nulli. il risultato è che nella notte vengo svegliato, a fasi alterne, da piccettino e dal fantasma di bluma zeigarnik.

    * l’astronave madre è quella che ti ricorda di metterti la maglia di lana
    ** il senso del teletrasporto è stato per molto tempo frainteso. la maggior parte della gente qui intende il teletrasporto come uno strumento che ti porta nel posto in cui vuoi andare. inteso correttamente, il teletrasporto è esattamente l’opposto: porta da te il posto dove volevi andare.

    domenica 14 ottobre 2012

    da grande vorrei fare lo psicologo delle divinità. credo sia un lavoro in cui ci siano buoni margini di manovra, ma ho alcuni dubbi sullo stipendio.
    in ogni caso, a sentire gli appartenenti alla specie homo sapiens (lo so che faccio parte pure io della specie homo sapiens, ma trovo ingiusto che uno non possa scegliere la propria specie di appartenenza) le divinità tendono ad essere particolarmente insicure.
    voglio dire, hanno sempre bisogno che uno si ricordi di loro, si offendono se non le ringrazi per ogni cosa, se uno dubita della loro esistenza ci rimangono malissimo e inviano sventure e carestie, se le insulti la prendono subito sul personale, e come se non bastasse quasi tutti pretendono di essere unici oppure litigano fra di loro per stabilire chi è il migliore. come la chiamereste voi se non insicurezza cronica?
    io non so se esiste un dio del torcicollo, ma se esiste mi odia.
    nel tardo pomeriggio sono su un treno fermo nella campagna di abbiate guazzone (un nome, un imperativo).
    sono abbandonato su un sedile ma rigorosamente in posizione ascetica e, come tutti i mistici, emano un lieve aroma di mentolo, limone, bergamotto, lavanda e rosmarino, che un primo esame olfattivo potrebbe identificare come perskindol (lindert den schmerz und fördert die heilung bei) quando si materializza di fianco a me david gnomo (che, inspiegabilmente, invece del cappello a punta indossa un sombrero).
    parliamo del più e del meno e di altre operazioni elementari fino a quando non scompare perché disturbato dall'alta tensione della linea aerea che torna in funzione.
    io continuo il viaggio con la spiacevole sensazione che avrei dovuto chiedergli qualcosa a proposito di quella questione del sombrero.
    poi niente, arrivo a milano e in ordine sparso, vedo gente, cerco di trasformare il bistrot letterario in un appartamento, cammino, mangio kebab, e sono felice.

    mercoledì 3 ottobre 2012

    stavo facendo rafting a bordo della peugeot 206 per andare in ufficio*, quando all’improvviso mi appare il capitano achab travestito da postino per informarmi che si sono perse un po’ di raccomandate (la raccomandazione è un problema tutto italiano, in effetti) e ci vorrà ancora un po’ di tempo per la questione della balena.
    provo a dirgli che sarebbe molto più saggio da parte sua lasciar perdere i cetacei (mica sempre i cetacei possono vincere) ma è già salito a bordo della sua mini-pequod motorizzata con un’espressione che interpreto come “devo finire di montare l’armadio ikea” o anche “sono inseguito da orde di cavedani che vogliono vendermi delle giacche di pelle beige” (ma potrei anche sbagliare, ho dei problemi enormi con il sottotesto. quindi se dovete dirmi qualcosa siate chiari, cortesemente. e non sperate che io intuisca qualcosa che si legge tra le righe, che io tra le righe ho sempre visto dello spazio bianco, e non mi aiuta granché. sono serio, davvero. posso essere anche altri fiumi a caso se servisse a convincervi).
    nel frattempo il mio cervello è in bilico sul baratro, un po’ come philippe petit al world trade center, ma senza bilanciere. il che è abbastanza normale, credo. o almeno così mi hanno assicurato le voci che sento uscire dal tostapane.
    per passare il tempo, invece di usare il classico minipimer, io e martina navratilova la sera lottiamo contro una scarpa. non è il caso di sottovalutare una scarpa, tanto più che questa ha un aspetto decisamente sinistro. infatti alla fine la scarpa vince, e noi ci ritiriamo in buon ordine.
    nel tempo libero guardo rai5, metto robe inutili fra parentesi e cerco di addormentarmi e svegliarmi un numero di volte esattamente pari (secondo la qabbalah, è il segreto per una vita longeva. ora che ve l'ho detto, tenetene conto).

    * non è una cosa che faccio volentieri, eh. ma se la smettesse di diluviare potrebbe essere di aiuto

    mercoledì 19 settembre 2012

    stavo disquisendo con un cigno di esperimenti mentali e alterazione dell’universo (i cigni sono molto permalosi e si credono i padroni del lago, ma a volte danno dei consigli intelligenti) quando martina navratilova mi manda dei segnali acustici da dentro il box doccia.
    nel mio box doccia vige una legislazione spazio-temporale indipendente: entro in doccia ed è il 2006.
    non che questo sia di grande aiuto, anche perché appena esco torna ad essere il 2012.
    a rigor di logica potrei provare ad uscire di casa stando dentro il box doccia, giusto per vedere cosa succede, ma temo possa risultare problematico.
    nel frattempo antennisti e muratori stanno lavorando alacremente sul tetto. si sono scusati per non aver fatto in tempo a ripristinare comignolo e antenna entro la finale degli us open sulla tsi2 (in fondo era solo dieci giorni fa), ma hanno assicurato che finiranno entro domani, giusto in tempo per vedere twente vs hannover 96 su kabel 1, che secondo loro riveste più o meno la stessa importanza storica.
    fra le altre cose credo mi abbiano smontato il radiofaro per ufi, perché non mi chiama più nessuno.
    io mi consolo con fideua e barbaresco traversa, poi mi infilo nella lavastoviglie. se trovate qualcuno cosparso di brillantante, fate ciao con la manina

    giovedì 6 settembre 2012

    io e il mio maestro di rilassamento emotivo (un cavedano che si monoalimenta a pizza e crede che l’universo sia un grosso equivoco) ci stiamo raccontando storie turche (le storie turche sono tipo: la bella addormentata nel bosforo e il signore dei dardanelli) quando all’improvviso finisce l’estate (vi ricordo che da queste parti l’estate dura circa due settimane, per problemi di diritti siae).
    in condizioni normali sarebbe sufficiente per esprimere giudizi negativi su divinità a caso o questionare sulla moralità di una nota cantante pop statunitense, ma c’è anche da dire che l’estate di quest’anno è stata particolarmente impegnativa.
    questo perché è iniziata con una donazione a windjet di 114 euri, donazione forse un tantino eccessiva e che però mi ha fortunatamente garantito l’acquisto di un biglietto per la medesima tratta con alitalia al prezzo scontatissimo e convenientissimo di 150 euri.
    poi niente, sono arrivati gli ufi ma hanno sbagliato una manovra di parcheggio e mi hanno divelto un comignolo che ospitava la canna fumaria della caldaia e la parabola per la ricezione satellitare, oltre che una parte della copertura in coppi (pare che quando hanno costruito la casa la copertura in bartali non era disponibile).
    ho dato la colpa a una tromba d’aria perché la mia assicurazione copre danni causati da eventi atmosferici (è quello che in gergo si definisce ecoterrorismo) ma non danni causati da imperizia di ufi (vi ricordo che da queste parti le trombe d'aria sono tipicamente estive. ma poi in genere fanno quello che gli pare perché sono intraprendenti, quindi capita che arrivino tutti i mesi. se volete fare un salto da queste parti, beh, non fatelo).
    in ogni caso dall’assicurazione mi hanno spiegato che non pagheranno perché l’evento si è verificato in una notte di congiunzione astrale, e perché il perito, lo dice la parola, è morto prima di arrivare da loro (del resto si chiama “assicurazione” perché se ti succede qualcosa ti assicurano che non pagano).
    io mi consolo con una surfinia highlander, un poster gigante di stefka kostadinova e l'uso compulsivo di parentesi

    giovedì 23 agosto 2012

    in corsica tutti parlano francese ma i nomi delle località sono in genovese, sono vicini alla sardegna, cucinano italiano, e alla fine tutto quello che si può dire è che gli autoctoni sono corsi ma non si capisce bene dove.
    la corsica oltre ad avere mari splendidi e un entroterra affascinante, ha anche dato i natali a uomini illustri come napoleone (chiamato amichevolmente dai locali napo corso capo), mario corso e vittorio emanuele corso.
    alla fine la corsica è davvero splendida, peccato solo sia piena di francesi.
    ad ogni modo, ecco un test che vi fornirà il vostro grado di adattabilità all’isola, o, in alternativa, un buono sconto da tre centesimi per una pietra.

    il nome calvi individua:
    a) un comune sulla punta nord occidentale della corsica
    b) un banchiere
    c) un comune dove possono risiedere solo uomini affetti da alopecia

    la pietra è:
    a) una birra ambrata con farina di castagna
    b) il terreno che costituisce le spiagge della corsica
    c) un buonissimo dolce di mandorle impossibile da masticare

    sulla bandiera della corsica è raffigurata una testa di moro che rappresenta:
    a) il vessillo adottato da pascal paoli nel 1755
    b) il colore marrone
    c) uno statista fautore di una politica di compromesso con la francia

    il fiadone è:
    a) un dolce tipico
    b) la tipica bottiglia allungata dei corsi, molto simile a una grossa fiala
    c) il tipo di respiro che ti viene dopo essere andato a piedi dal porto di bonifacio alla città fortificata

    con l’espressione cap corse si intende:
    a) un liquore tipico usato per l’aperitivo che prende il nome dalla regione in cui viene prodotto
    b) l’appellativo ufficiale con cui si designa il presidente del consiglio esecutivo della corsica
    c) l’elenco dei codici di aviazione postale della corsica

    il nome viale salvatore sta per:
    a) uno scrittore e poeta nato nel 1787
    b) un terzino dello sporting club de bastia
    c) il viale principale di porto vecchio, intitolato al cristo salvatore

    sisco è:
    a) un comune dell’alta corsica
    b) benjamin lafayette, un comandante di deep space nine
    c) un intercalare corso, abbreviazione del detto: siscopro che sì forestu t’ammazzu

    le isole sanguinarie sono:
    a) un arcipelago composto da 4 isole ad ovest della corsica
    b) un racconto di emilio salgari ambientato in corsica
    c) delle isole abitate tuttora da pirati in cui si può sbarcare solo armati

    ajaccio è:
    a) la capitale della corsica
    b) la capitale della francia
    c) una tariffa di campeggio agevolata che ti permette di dormire ma senza montare la tenda, da cui l’espressione dormire all’ajaccio

    il brocciu è:
    a) un formaggio
    b) l’equivalente corso di “biroccio”, un carretto a due ruote usato per il trasporto merci
    c) l’espressione corrucciata tipica dei corsi, da cui il modo di dire “mettere il brocciu”

    risposte:
    - maggioranza di risposte c: abbiamo delle cose in comune (io ho lasciato uno zaino all’anagrafe, ad esempio)
    - maggioranza di risposte b: ah, se solo vi applicaste di più (sareste probabilmente un adesivo)
    - maggioranza di risposte a: siete un discendente di napoleone bonaparte