lunedì 27 dicembre 2004

oggi ho conosciuto una coppia di passeri (william thomson (senza la p) e calanda brau) che vivono al supermercato: si sono stabiliti lì da poco e vivono in un anfratto del sistema di riscaldamento installato sul soffitto fra il reparto acqua e quello dei detersivi.

william thomson (senza la p) mi ha aiutato a scegliere il pane, visto che le baguette erano finite.

lui dice che vivere lì in fondo non è male, almeno fino a quando qualcuno non prova a infilarti nel carrello, o i commessi del reparto ortofrutta provano a sfrattarti arrampicandosi su una scala kelvin.


dopo la spesa sono tornato nel centro di rieducazione mentale, dove insegnano agli emisferi ad essere carini, a dire grazie e per favore, a non arrabbiarsi quando i neuroni fanno un po’ troppo casino.

il mio maestro di estasi mistica sostiene che io prenda un po’ troppo sul serio questo mondo.

a guardarla da un punto di vista subatomico non ha tutti i torti, ma mi scoccia dare ragione a un larice innevato.

del resto, lui non ne parla volentieri, ma pare che tutti i maestri europei che riescano a stare immobili per lungo tempo abbiano dovuto lavorare per la stasi, ai tempi della cortina di ferro.


domani c’è in programma la settimana di auto smaterializzazione corporea: durante il seminario iniziale si spiega alle molecole che non devono sentirsi legate per forza, perchè il processo di aggregazione dovrebbe essere volontario, e mai forzato.

poi si consiglia a tutti quanti di fare un periodo per conto proprio, per riflettere sulla propria volontà e scegliere in piena autonomia.

alla fine della settimana ci si ritrova e si decide per il meglio.

domenica 26 dicembre 2004

alla fine, nevica.

insomma, una nevicata coi fiocchi.

resisto alle lusinghe del mercato sino americano che ammiccano dal televisore di fianco al camino e mi addormento sul tappeto.

quando mi sveglio un antenato del grande timoniere (era achab, credo) ha sconfitto gli unni (che però erano cinque) e io ho sconfitto il patè.

non ho neppure sbavato sul tappeto, lo metto nei miei successi personali, come quella volta che sono riuscito ad aprire una medicina con la chiusura a prova di bambino.

mentre cerco di tornare a casa litigo con dei pinguini per il possesso di un’area di parcheggio, finchè non decidiamo di risolvere a palle di neve.

poi il mio telefono si rifiuta di abbandonare diax swiss, neanche a corromperlo con una fornitura illimitata di corrente per i prossimi due secoli.

sul lago non c’è neve, però piove acqua gelata. fa un rumore come di pioggia, ma più metallico, specie sui tetti delle macchine e sulle tapparelle nuove.

io dovrei scaricare delle nuove plugin per il mio cervello ma non riesco a connettermi a www.manutenzioneneurale.com, allora cerco di ipnotizzarmi facendomi dondolare davanti agli occhi un portachiavi a forma di rana.

funziona.

giovedì 23 dicembre 2004

meno sei.

non è un conto alla rovescia, è la temperatura di qui alle cinque del mattino. provate a chiedermi come lo so.

dopo tre ore sono fermo nel traffico di milano (ma non ho di fianco lucia, tengo a precisarlo) quando un cugino di babbo natale alla guida di una mercedes targata hannover mi taglia la strada. lo insulto in tedesco: ci resta di stucco, è un barbacrucco.

assumo propoli, paracetamolo e torazina spray nasale per la consapevolezza interna, ma nessuno sembra intenzionato ad assumere me. almeno a lungo termine.

alcuni alieni di passaggio cercano di colonizzare il mio cervello con dei segnali a banda larga, con i piatti (sporchi), gli ottoni (l’intera dinastia) e tutto il resto, più il tamburo quando arrivo ad affori. l’unico modo per tenerli a bada è parlare da solo, serve a schermare il cervello da qualsiasi interferenza.

di norma non parlo mai da solo, - tranne quando la lavatrice è incazzata con me e si rifiuta di rispondermi - poi va a finire che litigo perché non sono mai d’accordo con me stesso.

questo e altro ancora, pensavo, mentre programmavo il gps della bmw x5 (bmwbmwbmwbmwbmw, deve essere onomatopeico) sulle coordinate per ricondurmi alla ragione. o forse era magione, adesso non ricordo.

quello che ricordo è che a un certo punto io e il sosia di topo gigio disquisivamo di fisica, e precisamente dell’assunto per cui un corpo lasciato in stato di quiete nel vuoto tende a cadere e sfracellarsi a terra, tranne quando non è grave, tesi asserita dagli scienziati newton e compton in un libello sconosciuto ai più ma studiato da tutti gli altri segni matematici.

adesso me ne sto qui, in versione gaunilone, a confutare il proslogion in un inverno freddo e ostile pronto ad alesarti le orecchie quando meno te l’aspetti.

verso sera mi ritiro nei miei alloggi a comporre lied in ugrofinnico e a cercare il tasto reset del cervello.


disclaimer: horkheimer non è un’imprecazione


lunedì 20 dicembre 2004

in questo mondo tutto è passeggero, come sostengono i vertici delle fs

giovedì 16 dicembre 2004

poi la sera incontro un emissario del capitano vega, che deve compiere una missione da queste parti, manco fosse robert de niro. si chiama capitano vega non perché sia fratello di suzanne vega ma perché viene da vega, che è un sistema stellare da qualche parte nell’universo, che potrei anche darvi le coordinate esatte ma sarebbe un'informazione a sestante.

invece pare che il capitano nemo non venga da nemo, che quello è un profeta in patria.

insomma, quelli di vega ci devono controllare, capire a che livello evolutivo siamo – ma vi pare che una specie che inventa i caloriferi e il cappotto invece di emigrare verso paesi caldi sia giunta ad un livello evolutivo apprezzabile? – tutto il tempo a vedere noi che si fa, mai che si prendano una vacanza, su vega. (per esempio, ad alnilak hanno tre settimane di vacanze l’anno. poi pare che un anno duri 26 giorni, insomma, la sanno lunga, su alnilak).

ogni tanto fanno delle riunioni operative, una riunione di capitani coraggiosi, il capitano kirk per i terrestri, il capitano vega per gli alieni, il capitano tuttammè per gli alienati con manie di persecuzione.

io di queste cose non mi interesso granchè, io ascolto i marta sui tubi, gli ilaria è pesante, i vakki plakkula e guardo il lago mentre il paese si sveglia, e poi, a volte, penso.

sabato 11 dicembre 2004

sulla porta di casa mi aspetta raimondo lullo, ansioso di disquisire su ars combinatoria e basi di dati.


lo blocco con una presa elson, prima che possa far danni e lo lascio annodato fuori dalla porta.


mi sdraio sul divano a vedere un entusiasmante telegiornale in romancio sulla tsi2, mentre penso a come deve suonare la parola  database in romancio.


sono due giorni che access mi tormenta: il fatto è che - in questo periodo me lo dicono spesso - non sono un maestro nelle relazioni, devo farmene una ragione. quindi perdo tempo, come al solito (mai che guadagni qualcosa, io. dovrei rivedere le mie condizioni contrattuali).


solo che nella mia vita ho perso molte cose, oltre al tempo, ma ultimamente sono piuttosto impegnato, come tende a farmi notare il monte di pietà.


quindi mi scrollo di dosso il divano e tento di far ragionare un dentifricio dispeptico (con scarsi risultati, devo ammetterlo) mentre ascolto la sinfonia numero 3 (la tangenziale) di antoine cartier, nella partitura per clavicembalo, orso bruno e radiosveglia


tutto quello che mi serve è trovare venti minuti, mettere il cervello in stand by e dedicarmi in tutta tranquillità al mio ikebana per neuroni.


invece scopro che camera mia è stata nuovamente conquistata da eserciti nemici. mai farsi trovare indifesi, sosteneva sun tzu (un applicativo apple, credo). mai lasciare la finestra aperta, soprattutto se fuori ci sono due gradi centigradi, sostengo io (ma io non sono un applicativo apple. almeno credo)


un germano reale in carne, ossa e piedi palmati zampetta sul davanzale inondato dal sole.


del resto non posso pretendere di essere il solo animale eliotropio da queste parti.


 


-non dovresti essere in letargo? del resto dovrei esserlo anch’io, mi sa


-passavo di qui


-…


-di nuovo senza lavoro, eh?


-veramente un lavoro ce l’ho. dura tre giorni.


-e dopo che farai?


-ti sei iscritto alla fiera dell’ovvio? o a quella delle domande idiote?


-…


-…


-ti serve una manovra di heimlich al cervello


-se ti prendo ti faccio arrosto


-…


-…


 


esco di casa e lascio acceso il computer a perenne monitor


 


meta disclaimer: questo post sarebbe dovuto andare in onda in forma ridotta, ma il correttore di bozze si è lasciato prendere la mano. pare che con una mano sola sia difficile correggere le bozze, quindi temo dobbiate leggerlo così com’è. nel caso trovaste una mano in giro per blog, siete pregati di portarla al legittimo proprietario

venerdì 10 dicembre 2004

di notte i pensieri si condensano, come il respiro nelle giornate fredde.


siamo anime senza fissa dimora, gli homeless del pensiero.


sto bene, anche se non sembra. succede sempre così quando torno da queste parti.


sono di nuovo qui. prima ero paperino.


ma non sarò qui per molto, da qualche tempo vivo frammentato, periodi brevi e intensi come quelli di questo post.


qui ho ritrovato un cielo limpido, un lago freddo, una tapparella nuova, una scarpa bucata e poco altro.


mi avventuro per le strade seguendo il poco traffico svogliato, augurando anemie falciformi e altre sventure alle auto targate ginevra. artù dovrebbe essermene riconoscente.


aspetto un tacito evento. qualcosa che ha tutta l’aria di non voler accadere, mentre io non posso far altro che attendere.


chiamo in causa alcune divinità per esprimere il mio dissenso, ma scopro che hanno un call center e tutto quello che riesco ad ottenere è una voce registrata.


ci scusiamo per l’attesa. i nostri consulenti sono momentaneamente occupati. siete pregati di rimanere in linea per non perdere la priorità acquisita.


tanto non avevo intenzione di mettere su peso.

venerdì 3 dicembre 2004

dovrei essere in pausa pranzo.

dovrei essere in molti posti, a ben vedere. almeno così sosteneva il mio maestro di ubiquità.

temo che da un punto di vista olistico abbia ragione lui, ma stando in un posto solo ci sono meno probabilità di farsi trovare dai creditori.

esco e mi uniformo al grigio della città. credo di aver esagerato con la meditazione, ultimamente: un pakistano mi intercetta alla fermata di loreto, si dice sorpreso dalla mia aura e vuole vendermi a tutti costi una collezione di incensi e un manuale di eristica. spiego gentilmente che non ho mai avuto una carta aura e non mi interesso di eristica: a volte so mentire anch’io. ma solo a volte, è questo il problema.

la sera a milano ho la riunione di qabbalah e misticismo, stiamo tutti in una sala di viale monza a commentare il qoeleth e altre cose con la q.

buffa la vita di milano, a pensarci. basta evitare di farlo.

così ho in programma un viaggio alla ricerca di me stesso. generalmente mi mando delle mail, ma questa volta ho deciso di viaggiare.

malcom sostiene che non sia utile evadere da se stessi. non credo sia strettamente necessario dare ascolto al proprio zaino, però anch’io sono convinto che in realtà non ci sia poi tanto da scoprire. come dicono i razionalisti, tutto il mondo è palese.

e comunque, prima o poi torno.

giovedì 2 dicembre 2004

non ho tempo. non ho tempo.

visto che eminenti scienziati hanno stabilito che il tempo (e lo spazio) è relativo all’osservatore, il fatto di non avere tempo potrebbe significare che io sia morto. vabbè.

in più non funziona la posta elettronica. quindi faccio uso privato di mezzo pubblico (rubo un tram)


mail per d.

una promessa è una promessa, una rosa è una rosa. un tulipano no.

sarebbe carino restare sui treni della linea due fino a fine servizio. tipo da gessate (imperativo) a famagosta (cipro, credo)

però capisco il disagio, mi ci ritrovo, mio malgrado, quindi ti aspetterò là fuori, insieme alla verità e ad altre cose che non sono in grado di vedere, e tu uscirai dal buio e mi riconoscerai, perchè saremo sulla stessa lunghezza d'onda e soprattutto perchè ti ho detto come sarò vestito. (immagino mi riconosceresti lo stesso, se fossi nudo)

io ricevo ancora minacce di morte, ma solo da me stesso.

ci vediamo fra poco


e.

martedì 30 novembre 2004

il fatto che tu abbia una cravatta non significa che tu non stia dicendo cazzate

no, così, per dire.

me ne sto qui ad osservare le montagne (e cazzo, sono a milano) chiedendomi perché non avranno intenzione di andare da maometto, e soprattutto se maometto fosse un amante della montagna come gente che conosco.

che ci volete fare, amo farmi domande utili.

poi già che ci sono do libero sfogo alla mia idiosincrasia a tutto ciò che è a due ruote, mentre sgranocchio pezzi di scheda sonora (quella che usano per le votazioni nella california sud orientale)

i miei neuroni hanno deciso di adeguarsi al clima sindacale ed hanno esposto il cartello “on strike” appendendolo ad un orecchio. ho dei neuroni anglofili, evidentemente.

il governo ha già stabilito che contro gli scioperi a singhiozzo sono già pronti cucchiaini pieni di limone e zucchero, e i lavoratori (visto che gli spaventi pare non funzionino) dovranno prepararsi a trattenere il fiato.


ultim’ora

un uomo è stato arrestato dopo che per errore ha fatto esplodere il recipiente dove stava cuocendo la salsa di pomodoro, uccidendo un vicino. è indagato per omicidio polposo.

(niente, è che per contratto devo usare la parola polposo in un blog ogni settimana)

sabato 27 novembre 2004

millantare sempre e comunque, ecco un buon programma per il prossimo millennio.

mi aggiro per le vie di milano maledicendo la teoria dei sei gradi di separazione di milgram, ossia: quando la temperatura esterna non supera i 6 gradi per tutta la durata della giornata, tutte le estremità corporee non coperte da un qualsivoglia involucro di lana tendono a separarsi dal resto del corpo.

a volte, l’umore è un banale problema di latitudine.

del resto, dalle mie parti fa ancora più freddo, me ne accorgo non appena dal treno si comincia a vedere il lago e tutto assume contorni intimamente famigliari.

quando arrivo a casa ricordo improvvisamente che la tapparella della mia camera ha deciso di concedersi una lunga vacanza premio verso lidi ignoti divorziando dalla finestra senza alcun motivo apparente, in una riedizione economica (ma altrettanto romantica) di via col vento.

il fatto che alle 8 del mattino entri luce in quantità industriale (e alcuni tecnici dell’enel sono al lavoro per verificare se è possibile sfruttare commercialmente questa singolare circostanza) potrebbe contribuire a rendermi assai nervoso, non fosse che sempre più spesso non dormo a casa, e preferisco colonizzare case che non mi appartengono.

in effetti, una casa che non mi appartiene, in cui mancano comunque le tapparelle ma entra meno luce, ed è assai più ospitale del posto in cui vivo, almeno fino al giorno in cui il proprietario (che amo) non decida che ne ha abbastanza di un colonizzatore.


disclaimer: gli ultimi due ultimi periodi di questo post concorrono al premio “zloty” per lo scritto più involuto del millennio. mi scuso per le aritmie che potrebbe provocare ai lettori, ma ambisco molto al premio “zloty” che consiste in una fornitura di dodici soprammobili polacchi del valore totale di ventitré euro e 40 centesimi

lunedì 22 novembre 2004

sono afflitto d una persistente quanto fastidiosa mancanza di soldi.

alcuni amici mi hanno spiegato che se uno vuole diventare ricco, il primo passo è investire in titoli.

però quelli giusti, che altrimenti si rischia di fare danni.

adesso io ne ho pronti un po’, però non so se vanno bene.


- l’amore ai tempi del gilera, gabriel garcia marquez

racconta la storia di un uomo che spera di riuscire a conquistare la più bella motocicletta del caribe

- l’improponibile liberty e gli spiritelli primordiali, di terry pratchett

la storia di una bambina alla scoperta della stregoneria. più che un libro, un esercizio di stile.

- trentuno panzoni, nick hornby

trentuno hooligans tifosi del chelsea si ritrovano una sera in un’osteria inglese a bere birra e cantare canzonacce. le loro vite vengono passate in rassegna in un susseguirsi di storie acide, alcoliche e degradanti.

- messico famigliare, natalia ginzburg

un’infanzia passata a vagabondare per le città messicane. il padre, militare della guardia presidenziale, viene trasferito da tijuana a puebla, da cuernavaca a città del messico. la famiglia lo segue in un pellegrinaggio che costringe tutti a scoprire la poesia del continente sudamericano.

- due cavalli, erri de luca

un uomo dal passato politico che ora fa il giardiniere compra una vecchia citroen per trasportare gli attrezzi da giardino. tutti i giorni riflette sul suo passato mentre prende la macchina per andare al lavoro.

- niente di nuovo sul fronte occipitale, erich maria remarque

un percorso a ritroso sulla strada di come nasce il pregiudizio. l’autore fa riferimento alla nascita delle teorie di lombroso per affrontare il pregiudizio come male sociale che si trascina dall’antichità ad oggi.

- tre uomini in banca, j.k. jerome

tre bancari addetti allo sportello che conducono una vita scialba decidono di cominciare un avventuroso e rischioso viaggio nel mondo degli agenti di borsa

- città invivibili, italo calvino

una retrospettiva sui mali che affliggono le città contemporanee, dal traffico allo smog, una denuncia della mancanza di sensibilità del cittadino moderno.

- relitto e castigo, fedor dostoevskij

un armatore decide di affondare due vecchie petroliere per incassare i soldi dell’assicurazione, ma un solerte ispettore di polizia si mette sulle sue tracce

- bar spot, stefano benni

una serie di racconti ambientati in un bar cittadino dove le consumazioni costano la metà ma una volta entrati sì è costretti a sentire pubblicità per tutta la sera

- bello di famiglia, david leavitt

una sorta di educazione sentimentale, la storia di due fratelli, uno brutto e insignificante che però è in pace con il mondo, l’altro bello e di successo, che però non è in grado di accettare la sua omosessualità

- la filosofia per effe, aldous huxley

un glossario filosofico che diventa un viaggio per scoprire le religioni orientali e il pensiero mistico nascosto nel razionalismo occidentale

- viaggio al terminal della notte, louis ferdinand céline

la storia di un poliziotto di guardia all’aeroporto nel turno di notte, un campo di lavoro maledetto. affresco di un’epoca di terrorismo e trasporti, grido anarchico di rivolta in cui lo spettacolo dell'abiezione scatena un riso liberatorio

- il gambiano johnatan livingstone, richard bach

un giovane africano che abbandona la massa dei suoi concittadini, rifiuta la schiavitù interiore della società moderna e si ritira sul fiume gambia, per imparare a vivere in pace ed eseguire il nuoto come atto di perizia e intelligenza, fonte di perfezione e di gioia

venerdì 19 novembre 2004

dopo alcune attente riflessioni e una riunione sindacale contrastata, i miei neuroni hanno appeso il cartello out of order fuori dalla scatola cranica

mercoledì 17 novembre 2004

verso le 21 esco dalla riunione del comitato nazionale di liberazione del clima.

lottiamo per una equa distribuzione delle temperature sul pianeta: il primo obiettivo è l’inserimento di diritto dell’italia in una fascia climatica subtropicale.

appena entro in macchina però devo già fronteggiare la prima rivolta dei comitati di base più oltranzisti: toledo 1991™ ha deciso lo sciopero ad oltranza e non vuole saperne di partire.

prego gentilmente coother, protettore dei mezzi meccanici, di intervenire in mio favore, ma deve essere in libera uscita. tutto quello che ottengo è uno stormire di pistoni che, inspiegabilmente, riproducono i will survive. sic transit gloria gaynor.

dopo estenuanti negoziati io e toledo 1991™ raggiungiamo un compromesso e riseco a farla partire in cambio di un check up generale, il ricongiungimento dello specchietto e 20 litri di senza piombo 98 ottani. la posizione dello stereo viene stralciata dai negoziati, quindi niente musica per un po’.

con un po’ di fortuna riesco ad arrivare a casa con la consapevolezza di aver sbagliato latitudine, urlando epiphany in verdana 48.

sulla porta mi aspetta minaccioso un coyote messicano. niente di grave, è solo il mio maestro di razionalizzazione e io sono in ritardo per la lezione sulla matematica che governa l’universo. tema del giorno: frattali e frattaglie non fanno riemann.

alla fine mi divanizzo a leggere zadie smith con in sottofondo harvest moon nella versione di cassandra wilson


nota dell’editore: il correttore di word cambia automaticamente “verdana” in “verdina”. questo la dice lunga sulla progettazione dei programmi microsoft.

bisogna ammettere, però, che cambia automaticamente anche “mi divanizzo” in “mi divinizzo”, che in effetti forse sono sinonimi

venerdì 12 novembre 2004

verranno a chiedermi del nostro amore, ma sarò in doccia


d’inverno il giorno si consuma in fretta, come una ricarica del cellulare. chiunque abbia intenzione di farmi notare che non è inverno è pregato di farne a meno. fate come le modelle, fatevi i calendari vostri, ok?

ho deciso di disattivare alcune connessioni nervose (ci vuole calma, di questi tempi) e passo il tempo a snocciolare koboloi al ritmo di frasi solo apparentemente tautologiche, tipo: una promessa è una promessa, gli affari sono affari, i topi sono i topi, mentre guardo vecchie pubblicità proiettate in loop sul pavimento.

il fatto che sia sdraiato sul soffitto rende il tutto piuttosto surreale, però vi assicuro che si vede il mondo da un angolazione diversa. questioni di prospettiva, come diceva giotto (ossia il summit dei paesi più industrializzati)

fa così freddo che ho ordinato una fascia copri neuroni del dottor gibaud, ma il dhl deve essersi perso nella nebbia (ecco, questo mi chiedevo, il signor dhl cosa avrà di codice fiscale?)

verso le sei mi invitano a una partita di calcetto contro una selezione di pinguini.

ovviamente rifiuto: a vederli, i pinguini sembrano goffi ma sono imbattibili nel tackle scivolato, e sui campi ghiacciati sono più veloci di rui bourroghs, lo scrittore portoghese che giocava nella juve.

mi dicono che dovrei svegliarmi, essere attivo, e io mi immagino una cosa tipo quella decerebrata dell’olandesina che va distribuendo detersivo sbiancante, invece che vis polemica e vim liquido.

spiego cortesemente che la mia religione mi impedisce di giocare a calcetto con i pinguini, specialmente con temperature che sembrano la minima di novosibirsk a gennaio.

non pagot, decido di rimanere sul soffitto.

mira, mira l’olandesina. poi però spara.

mercoledì 10 novembre 2004

stavo veleggiando verso casa pensando che tutto andasse per il meglio, fino a quando non ho incontrato due inuit che chiedevano indicazioni per anchorage. volevano tornare in un paese caldo. chi può dargli torto?

in cambio mi hanno insegnato a prevedere il futuro scrutando nelle formazioni dei cristalli di ghiaccio sul parabrezza delle ford fiesta. non ho avuto il coraggio di dirgli che ormai ho smesso con la divinazione, che certe cose è meglio non saperle.

del resto, non so chi ha scritto la sceneggiatura della mia vita, ma certamente doveva essere ubriaco. chi può dargli torto?


tornato a casa cerco di riorientare gli assoni caricando il protocollo gestione eventi incasinati con un cavo di rete infilato direttamente nella ghiandola pineale.

non funziona, come al solito.

allora provo la variante von clausewitz, ma mi dà errore di sistema.

l’unica cosa che riesce a girare nei miei neuroni è l’agenda di suor germana, e una vecchia pubblicità del rotowash, ma temo non mi siano di nessun aiuto.

sabato 6 novembre 2004

parlavo del più e del meno (e di altre operazioni più complesse) con martin, il mio maestro di ucronia, un danese che passa il suo tempo ad analizzare controfattuali.

in effetti prima si occupava del sostegno psicologico di suicidi mancati, sottolineando che il problema principale dei suoi assistiti era una preoccupante propensione al fallimento.

certo, alcuni sostenevano che lavorasse da cani, ma cosa si può pretendere da un danese?

saluto martin perché ho lasciato a casa alcune cose in sospeso. in effetti quando entro in stanza trovo ancora alcuni libri che galleggiano in aria. decido di ignorarli, che da tempo ho smesso di pensare alla gravità delle cose.

come diceva von richtoven, non bisogna abbattersi.

alfred tarski mi spia da dietro lo specchio, mentre conta i possibili livelli di linguaggio.

io mi metto a letto e schiaccio il tasto reset del cervello.

prima di addormentarmi mi accorgo che in effetti non ho uno specchio in camera: non credo sia un problema, tanto ce n’è uno in bagno.

poi dormo, anche se non sogno. ho smesso di sognare molto tempo fa.

giovedì 4 novembre 2004

scienza news


nuove entusiasmanti scoperte scientifiche arrivano da toledo 1991™


tutti gli psicrometri usati per misurare il tasso l’umidità all’interno dell’abitacolo hanno dato come responso la cifra di 102%, prima di chiedere asilo politico al botswana che, in una nota ufficiale emessa dal ministro degli esteri, ha dichiarato di non voler più accettare altre richieste a causa dell’alta densità di psicrometri depressi presenti nel proprio territorio.


nel frattempo, dentro toledo 1991™ crescono funghi, muschi e licheni, avvisi di mancato recapito e crostate di mirtilli.


per studiare il fenomeno il cnr ha già nominato una commissione di esperti in climatologia; per le lucine che infestano il cruscotto, invece, il vaticano ha generosamente deciso di inviare padre amorth


 


strenne


prossimamente bompiani pubblicherà “polvere di stele”, il libro di lucinda ewen che racconta la storia, in parte autobiografica, di un’archeologa che dopo un’effimera fama dovuta ad una scoperta sensazionale nel mondo dell’epigrafia egizia, non trova nessuno disposto a pagarle uno stipendio ed è costretta a prostituirsi per sopravvivere

mercoledì 3 novembre 2004

decalogo


 


primo levi


secondo tranquilli


terzo escluso


quarto dei mille (250)


quinto alpini


sesto empirico


settimo milanese


ottavo non dire falsa testimonianza


nono l’età per amarti


decimo mannu

martedì 2 novembre 2004

ho visto le migliori mente della mia generazione consumate in squallidi bar di provincia, o languire abbandonate in locali polverosi, dimenticati da dio e dagli uomini


 


 © fernet advertising project. thanks  to lina, via alessi, milano