venerdì 26 luglio 2013

sono spiaggiato al passo delle colombe (che poi dovrebbe chiamarsi volo delle colombe, che le colombe mica passeggiano) mentre sto cercando di riprendere un ritmo cardiaco accettabile e contemporaneamente litigo con un labrador per il possesso di un panino al prosciutto (il *mio* panino al prosciutto, secondo me; lui invece è di impostazione marxista ortodossa ed è contrario alla proprietà privata) perlomeno fino a quando il padrone del cane non lo distrae con una marmotta impagliata.
il mattino dopo sono in ufficio a meditare sul quando bussano alla porta due testimoni di geova (i testimoni di geova in ufficio è considerato dalla convenzione di ginevra un gradino sotto al waterboarding). gli spiego che il processo a geova si tiene da un’altra parte, e nel frattempo simulo un attacco termonucleare e li congedo promettendo di pensare alla fine del mondo (do).
torno a casa e la tv trasmette a reti unificate l’immagine di una porta.
ne approfitto per segnalare ai giornalisti italiani (vabbè, giornalisti: quelli che dicono le robe in tv) che so com’è fatta una porta.
in ogni caso, provando ad ascoltare l’audio (cosa che sconsiglio vivamente, in ogni caso), si capisce che è una diretta per informare le persone che è nato un figlio alla famiglia windsor. io dico che bastava fare come il tizio giù in paese, che ha messo un fiocco azzurro alla porta e morta lì, mica sono venuti tutti a inquadrare la sua porta. e poi se proprio vuoi creare l’evento (cosa che sconsiglio vivamente, in ogni caso), chiama degli sceneggiatori migliori, trova una location adatta, che so, una grotta con dei pastori, organizza un party di benvenuto con gente che porta doni, insomma, un po’ di rispetto per la tradizione.
comunque, visto che ora sono informato, volevo dire alla famiglia windsor che se ci devi mettere una settimana per scegliere un nome per un bambino, almeno trovane uno originale, mica il nome del bisnonno che la tua famiglia usa da settordici generazioni. allora, dato che sono bravo con i nomi, ne ho selezionati tre che mi sembra possano andare bene per il prossimo:

- sofferenzo (o come dicevan tutti renzo) windsor
- perfida al bjorn windsor
- windsurf windsor

mercoledì 10 luglio 2013

ehi sventura

un paio di pettirossi hanno deciso di fare il nido sotto il pianerottolo della scala esterna di casa, e ora di fianco alla porta di ingresso c’è una nursery che strepita come se non ci fosse un domani, mentre i genitori vanno avanti e indietro con dei vermetti nel becco, sotto lo sguardo attento di martina navratilova che controlla le operazioni di volo dalla finestra.
qualche sera fa, dopo una pizza al passo (che non è l’equivalente di una pizza da asporto da consumarsi passeggiando) mentre scendevamo in macchina abbiamo incrociato nell’ordine (e nella strada): una donnola (redattrice del settimanale dei boschi “io donnola”); un daino (con cui avremmo potuto diventare amici per la pelle, ma pare che lui non fosse d’accordo); un cucciolo di volpe imparentato con lord fennec che attraversava la strada con noncuranza.
ieri invece una volpe adulta zompettava sul prato sotto il balcone di casa, e non ho capito bene se fosse del servizio segreto e stesse cercando di fare la posta a una talpa o se stesse solo cercando di farmi capire che avevo sbagliato il colore delle surfinie.
io da tre giorni ho una gastrite da stress così forte che l’unica cosa che riesco a ingerire è del gaviscon, ma solo se aspirato direttamente con una cannuccia.
anche perché razionalmente sono in grado di gestire gran parte dell’universo mentre la mia soglia emotiva è quella di un bambino di cinque anni con turbe psichiche, sorprendentemente abile a recepire l'addestramento e incline al credersi infallibile. questo genera una lieve dicotomia corporea che si manifesta con visioni mistiche e l’emanazione di una debole aura al profumo di lavanda. gastrica.
nel frattempo delle entità incorporee aliene mi hanno cambiato l’ora della sveglia (ne approfitto per dire agli ufi che io uso il telefono come sveglia) e hanno materializzato una penna blu sul mio comodino.
la cosa più impressionate, ovviamente, è la materializzazione.
per dire, la smaterializzazione è più semplice della materializzazione, per via della freccia del tempo e del secondo principio della termodinamica.
spesso ai seminari di specializzazione per il gruppo di controllo ufi ho assistito a delle conferenze di guru che davano dimostrazioni di smaterializzazione: una volta, a stoccarda, un maestro di yoga ha smaterializzato un litro di birra in pochi secondi

lunedì 24 giugno 2013

chiamatemi ismaele. che non si trova mai quando si ha bisogno di lui.
mi sveglio e il mio cervello sta trasmettendo in loop la prima strofa di seven bridges road nella versione per glockenspiel cantata dal coro dell’armata rossa.
ho avuto dei risvegli migliori, per dire. ma anche peggiori, adesso che ci penso.
alla fine è arrivata la primavera. lo so che tecnicamente nell’emisfero occidentale sarebbe cominciata l’estate, ma da queste parti l’estate arriva intorno a metà luglio e si manifesta con temperature miti ma con l’umidità tipica delle foreste tropicali, temporali giornalieri la sera, con occasionali grandinate e trombe d’aria; questo per lo meno fino a metà agosto, quando inizia ufficialmente l’autunno.
la domanda di spostamento della zona in una fascia climatica più consona è stata presa in gestione dal call center clima, e verrà lavorata entro la fine del millennio. per lo meno così mi hanno garantito, hanno tempi di attesa più brevi del call center telecom.
che sia iniziata la primavera è facilmente evincibile dal fatto che la mia quantità di starnuti al minuto è pericolosamente vicino al record del mondo (ce la giochiamo io e un ragioniere di kyoto) e che le surfinie sul balcone sono resuscitate.
le surfinie servono per comunicare con gli ufi, come le bandiere alfabetiche. alcuni esempi di messaggi tipici da inviare agli ufi sono:

- surfinia bianca = affermativo
- surfinia porpora = ho un gatto a bordo, tenersi bene a distanza e procedere a bassa velocità
- surfinia azzurra = ho il cervello in avaria; non comunicate con me
- surfinia bianca e rossa = state andando verso un pericolo
- surfinia violetto = richiedo un mojito

se vi state chiedendo come comunicare un diniego, basta ritirare le surfinie.
nel frattempo i liquidi presenti nelle mie orecchie hanno deciso di subire l’influenza della gravitazione lunare e il mio equilibrio statico percepito sta raggiungendo velocemente quello psichico.
secondo il team di esperti che ha preso in esame il mio caso (in realtà ognuno aveva una diagnosi diversa, hanno deciso a birra e salsiccia e la diagnosi ufficiale è dell’unico medico che non è svenuto) si tratta di un’evidente sindrome da vertigine parossistica posturale, oppure di un’ipersensibilità acuta ai terremoti di tutto il pianeta. in pratica è come essere ubriachi, ma a mente serena.
quando torno a casa dall'ufficio, mi inietto dell’antistaminico direttamente nella ghiandola pineale, poi mi chiudo in una camera iperbarica a declamare melville.

lunedì 10 giugno 2013

sono sulla tolda ad abbaiare alle stelle (secondo alcuni crittoanalisti pare sia un modo efficace di comunicare con la costellazione del cane) approfittando dell’unica notte in cui non piove, quando all’improvviso avvisto una flotta di invasione di ufi crudeli e contemporaneamente vengo catapultato in un universo parallelo (ma non mi lamento troppo, in un universo perpendicolare sarebbe stato peggio).
la coincidenza è sospetta, come sa benissimo qualsiasi utente di trenitalia.
capisco che qualcosa deve essere andato storto da alcuni dettagli (tipo: siena in finale, nadal che vince per la settordicesima volta il roland garros, manu ginobili che smaterializza il pallone prima di un passaggio*) e ora mi trovo a sostenere infinite varianti di situazioni direttamente riconducibili al test della kobayashi maru.
nel frattempo continuo ad andare in ufficio e cerco soluzioni intelligenti per tornare in una dimensione più consona (finora non ne ho trovata nessuna, ma vabbè. nonostante quello che vi hanno sempre detto, le dimensioni contano. anche se non sempre in base dieci).
verso sera gioco a rialzo** con martinanavratilova (o una versione particolarmente evoluta di martinanavratilova) e perdo, poi mi sdraio sul tappeto mentre il mio cervello trasmette in loop la sigla di miominipony***.
in ogni caso, quando trovo un universo più sensato, vi avverto.

* ho le prove
** se non avete mai giocato a rialzo, siete stati dei bambini fortunati
*** se non avete idea di cosa sia la sigla di miominipony, siete stati dei bambini fortunati

uso privato di mezzo pubblico (pub)
volevo dire alla ragazzina che in un pub lacustre ha visto un tizio squinternato che prima di uscire dal pub cercava di attirare l’attenzione del tastierista tirandogli dei biglietti da visita del pub, e poi sporgendosi sopra il vetro e spolverandogli i capelli con un ombrello tascabile (maledetti air monitor) che il tizio squinternato è stato davvero molto felice che tu non l’abbia guardato male e che alla fine tu gli abbia fatto ciao con la manina

martedì 28 maggio 2013

diario del capitano, data stellare: vedi tappo della confezione

e niente (il mio maestro di scrittura creativa dice che non bisognerebbe mai iniziare una frase con “e niente”, ma che ne sa un cavedano, dico io), avevo una mezza idea di lanciare un delurker day, ma poi alla fine mi sembrava non ne valesse la pena.
insomma, i lettori vanno e vengono, parlando di michelangelo (lo so che non l’avete mai capita, questa cosa di michelangelo. è il caso che ora lo sappiate, è una citazione da t.s. eliot), e questo blog non è fatto “esattamente” per i lettori, quindi vabbé.
cioè, è pubblico, quindi mica mi dispiace se le persone leggono, ci mancherebbe. sta qui apposta per essere letto. ma comprendo che non sia una lettura particolarmente immediata.
in ogni caso, non era esattamente quello che volevo dire.
quello che volevo dire è che non amo particolarmente le ricorrenze (non più delle iterazioni o delle successioni, comunque), ma il fatto è che sono passati dieci anni giusti da quando questa cosa è iniziata.
lo so, in dieci anni sono cambiate molte cose: non c’è più splinder, dove tutto è iniziato (e questo vorrà pur dire qualcosa), e i blog come forma di comunicazione sono morti da almeno due anni.
nel frattempo io ogni anno ho aggiunto una foto (ora sono nove; lo so che la maggior parte di voi non riesce a trovarle, ma mi sembra di aver già detto che questo blog non è fatto “esattamente” per i lettori).
per lo meno, queste sono alcune cose che sono cambiate per quanto riguarda questa cosa che chiamiamo blog.
per quello che riguarda me, sono cambiate molte più cose, ovviamente. ma non amo parlare di me in maniera diretta agli sconosciuti, non so se ve ne siete accorti.
insomma, questo blog si trascina da dieci anni, due piattaforme, 997 post (compreso questo), svariati commenti e perpetua una particolare predisposizione all’uso inopinato di parentesi. in fondo, è tutto qui.
poi volevo dire che con tutta probabilità questa cosa per ora continuerà ad andare avanti, con i miei ritmi (jazz) e i miei tempi (piove, come al solito) e sarà sempre un po’ uguale a se stessa (come potreste verificare se leggeste gli archivi: ma lo so che non leggete gli archivi, è il motivo per cui sarà sempre un po’ uguale a se stessa).
perché nonostante io sia evidentemente contrario, purtroppo appartengo ancora alla specie homo sapiens, e gli esseri umani, alla fine dei conti, non fanno altro che raccontare storie.
voglio dire, noi esistiamo solo in quanto narratori di noi stessi. l'autonarrazione è quella cosa che si chiama identità.

martedì 7 maggio 2013

stavo camminando in riva al lago quando all’improvviso l’universo implode. non che sia un grosso problema, un sacco di universi implodono in ogni momento, e nessuno se ne lamenta troppo (anche perché voglio vedere come fai a lamentarti dopo che sei imploso).
in questa stagione, a queste latitudini, appena dopo il tramonto il cielo assume un colore magico che apre dei varchi dimensionali verso altri universi. il fatto è che in questa stagione, a queste latitudini, il tramonto si vede molto raramente perché piove ininterrottamente per mesi interi e il lago tende a farsi delle lunghe passeggiate in centro paese.
quindi alla fine riesco a infilarmi in un universo alternativo, che però è sbagliato.
chiedo la verifica del notaio (era una delle armi segrete di lupin ii prima dell’upgrade) ma pare che in questo universo non sia prevista.
quello che mi resta sono delle disfunzionalità diffuse nell’area di broca, un dialogo a mezza voce con un cigno e la sigla di mio mini pony.
io mi ritiro nelle mie stanze a disquisire con ilya prigogine di labirintite e sistemi complessi lontani dall’equilibrio, poi chiudo prigogine nell’armadio e insieme a martina navratilova sfogliamo il nuovo libro della trilogia di aldiprando arnesson “il pianeta non ha bisogno di essere salvato, io sì” (per chi fosse interessato, il primo libro si intitola “vorrei salvare il pianeta ma non ho ancora chiesto il suo parere”, mentre il terzo, di prossima uscita, si intitola “ecco le mie coordinate bancarie”.

mercoledì 24 aprile 2013

io di solito non parlo di attualità, lo sapete. anche perché l’attualità mica esiste. ma visto che siamo rimasti in pochi e che sto organizzando un delurking day per il prossimo maggio, volevo fare una confessione.
io ho un problema con la tv. non nel senso dell’elettrodomestico, nel senso di quello che trasmette (infatti per molto tempo non l'ho avuta).
se c’è la tv accesa tendo a diventare addicted e non riesco a staccarmi (mi pare scortese non ascoltare uno che ti sta parlando). quindi non riesco ad addormentarmi con la tv accesa, e fatico a spegnerla, il che può ingenerare qualche problema di algoritmo (ad esempio non potrei mai tenere la tv nella stanza in cui dormo).
ma il problema non è quello; il problema è che non guardo quasi mai film (neanche i cosiddetti “programmi giornalistici”, ma quello mica è un problema, se non li guardo è solo perché i giornalisti si sono estinti nel ’52).
il fatto è che il 90% dei film mi fa paura, non riesco a vederli.
non è per le immagini disgustose, che quelle mica mi danno tanto fastidio; cioè, magari solo un po’, ma non è affatto per quello.
il problema credo sia che io empatizzo. empatizzo con le persone che stanno per essere uccise, con quelli che vengono maltrattati, con chiunque stia soffrendo, con quelli che si imbarazzano per un equivoco. insomma, empatizzo sempre con i buoni; è una cosa indipendente dalla mia volontà, e che mi fa stare male anche fisicamente (l’unica cosa che mi preoccupa è che quando ho visto matrix empatizzavo con le macchine, ma insomma).
non serve a niente sapere che sono robe finte, proprio non ce la faccio.
non è solo un problema dei film di paura (quelli davvero non li capisco, voglio dire, non basta la realtà? pure i film di paura, devi fare?) è proprio una cosa che mi succede con quasi tutti i film.
quindi il massimo che posso fare è vedere i film a pezzi, cambiando canale in tutti i momenti clou, il che mi porta a vivere l’esperienza del film come se fossi affetto da sindrome di korsakoff (può avere i suoi lati interessanti, comunque).
altrimenti va a finire che guardo solo lo sport, i documentari e le serie tv che non siano idiote e che non facciano troppa paura. questo restringe un po’ il campo, lo ammetto.
ma anche le serie tv non del tutto idiote hanno una cosa che non sopporto proprio. se c’è una cosa che odio sono le sottotrame che si sviluppano lungo tutto l’arco delle puntate di una serie.
il nemico che si trascina per tutto l’anno fino all’ultima puntata, la storia d’amore in evoluzione, lo sviluppo psicologico dei personaggi. perché devi metterci tutte queste cose? perché invece di fare dei telefilm tipo hazzard e simon & simon, tre quarti d’ora e morta lì, mi fai dei film da 26 ore divisi in puntate da 50 minuti?
fidelizzano lo spettatore, dicono gli sceneggiatori. e quindi ormai le serie tv sono tutte così. ti costringono a guardare anche le puntate dopo, e in ordine cronologico, sennò poi non capisci, o ti resta il dubbio di come va a finire. insomma, ti fanno stare sulle spine per tutta la durata della serie.
ecco, cari sceneggiatori, forse vi sfugge il punto.
io quando guardo la tv non voglio affatto stare sulle spine, voglio solo rilassarmi sul divano e non pensare a niente.
se volessi stare sulle spine guarderei il mio estratto conto.

mercoledì 3 aprile 2013

mi sveglio e la collina che dà sul lago è tutta ricoperta di primule, c’è il sole, ed è tutto un fiorire di switzerdütch, ma fa comunque un freddo becco.
si capisce che è arrivata la primavera perché sono in coda dietro un’audi targata russia (?), a una volkswagen targata liechtenstein (fl) e una subaru targata zugo (per chi non lo sapesse, affidabili studi medici consigliano di non mangiare la pasta a zugo).
nel finesettimana mi iscrivo a un corso di sherpa e affronto le prove pratiche con ottimi risultati (per esempio, riesco inaspettatamente a non morire) poi per ripicca cerco di suicidarmi alternativamente con tagliata di manzo e guinness e pizzoccheri e rosso di valtellina, anche qui con scarsi risultati, ma per lo meno mi sembra una scelta più intelligente.
martedì sera una delegazione di ufi tiene una conferenza sul concetto di infinito (vi basti sapere che non ha a che fare né con l’innatismo, né con le ferie) poi se ne va lasciando un messaggio di speranza al cosmo erroneamente confuso dalla specie homo sapiens con le istruzioni di montaggio di un beddinge murbo.

comunicazione disservizio
il redirect del link eddiemac.splinder.com non funziona più. o meglio, funziona, ma solo in corrispondenza di complicate congiunzioni astrali e con toro in prima casa (non paghi l’imu, ma ti devasta l’arredamento).
quindi niente, o vi aggiornate il link a controkarma.blogspot.com, oppure qui non ci arrivate più (suppongo riuscirete a dormire lo stesso)

mercoledì 20 marzo 2013

arrivo in ufficio in ritardo, dopo aver seguito in religioso silenzio una processione ieratica presieduta da una citroën méhari e condotta da un settuagenario adepto del bianco sporco, che incensava ignari escursionisti con il tubo di scarico.
non è una valutazione morale, sia chiaro, è solo che non mi piace arrivare in ritardo.
a dire la verità ho ordinato online una macchina del tempo da installare in ufficio ma c’è stato un disguido con il corriere e mi è arrivato un orologio a pendolo.
dalla finestra di fianco all’ufficio degli operai edili armati di trapano a percussione stanno cercando di aprire un varco dimensionale attraverso lo scarico delle acque condominiali, producendo delle scariche epifaniche ogni volta che i neuroni entrano in sintonia con le vibrazioni.
io mi chiudo nell’orologio a pendolo e vengo trasportato nell’era del mucolitico, un’era geologica in cui il pianeta è entrato in una fase di raffreddamento.
verso sera alcuni esponenti del comitato di controllo per le attività degli ufi sul pianeta si mettono in contatto con il mio ufficio stampa (un suricato con cui comunico telepaticamente, attualmente vive nello zoo di berlino per motivi di affitto) per informarmi di una serata a tema “stufato alla guinness” presso una taverna di ásgarðr in onore di un’intelligenza aliena chiamata maewyin.
torno a casa, saluto martina navratilova, mi appendo al cervello un cartello con scritto "chiuso per ferie" poi esco e mi inietto della guinness direttamente nell’ipofisi.

venerdì 1 marzo 2013

capisci che sei stanco quando, verso il crepuscolo, mentre sei in coda sulla tangenziale di milano all’altezza di cusago (in realtà cusago è basso, sappiatelo), vedi un dinosauro appena fuori dalla carreggiata.
lo ignoro e continuo a conversare amabilmente con un parmigiano reggiano.
quando, in vista di casa, supero un podista che sembra un incrocio fra paula radcliff e un cammello zoppo decido che è arrivato il momento di spegnere il cervello.
arrivo a casa, metto sullo stereo la sinfonia n. 5 (l’ergonomica) di johan kirghinskij nella partitura per trapano elettrico e glockenspiel, poi mi chiudo nella lavastoviglie (avrei voluto chiudermi nell’armadio ma c’è una riunione del gruppo per l’abolizione dell’onomastica fra libano zanolari, aramis dozio e severino piacquadio) e tento il suicidio recitando compulsivamente il salterio di egberto.
il giorno dopo sto benissimo, il che significa che probabilmente esistono metodi di suicidio migliori.

sms
xx: sono contento di averti visto, ti ho trovato bene
io: per forza, mica mi ero nascosto.
xx: sei un cretino

venerdì 8 febbraio 2013

io e martina navratilova stiamo cercando di capire se il disegno sul tappetino del bagno è un mandala o un crop circle, e contemporaneamente disquisendo le implicazioni teoretiche del sincretismo* (per lo meno io: lei mi guarda con la tipica espressione incazzata di un cucciolo di alpaca. a tale proposito vorrei ricordare che un alpaca se è piccolo si chiama alpacino, da cui il nome dell’attore. alpachino invece, è un pomodoro siciliano) quando ci appare l’imperatore joshua norton per chiederci un asciugamano e un bicchiere di amaro wunderbar**.
qualche ora dopo, mentre il ghana perde ai rigori contro il burkina faso, sono ad una conferenza sapienziale in cui alcuni esperti illustrano una dottrina teosofica che richiama teorie astrologiche (una cosa che ha a che fare con il campo astrale, la segnatura astrale e l’esultanza sotto la curva astrale) e teorie psicologiche (come la teoria dei tre stadi: stadio orale, in cui impari a parlare, stadio anale, in cui impari a mandare tutti a fare in culo e stadio meazza, in cui unisci le due cose).
decido di intervenire nel dibattito con un koan meditativo sull’origine del mandala e sulla manifestazione del cosmo che vi riassumo qui:

il maestro ram mohan (si chiamava così perché ricordava le cose in maniera casuale, e se ne lamentava spesso) aveva dimenticato di pagare le bollette, e girava per casa al buio ma sbatteva contro tutti i mobili.
interrogò dunque i sacri veda*** per sapere cosa doveva fare con la raccomandata con la richiesta di riallaccio alla corrente.
e i sacri veda risposero: mandala.
ed egli fu illuminato.


per una migliore comprensione di questo koan consultate la vostra ghiandola pineale.

* un esponente del sincretismo si può chiamare, a seconda dei casi, sincretista o sincretino.
** un nome una garanzia.
*** la parola veda indica il “sapere”, la “conoscenza”, la “saggezza”, e i sacri veda sono un'antichissima raccolta di testi in sanscrito che si dividono nei tre libri principali: veda lei, veda un po’, veda di andarsene

martedì 29 gennaio 2013

io e il mio maestro di rilassamento emotivo (uno svasso che ha studiato filosofia analitica a oxford) siamo in riva al lago a bere del monte di colore (da cui il detto tiri il sasso e poi nascondi l’amaro. ci sarebbe anche il detto tiri lo svasso e nascondi la mano, ma temo che il mio maestro di rilassamento emotivo la possa prendere sul personale).
occorre anche dire che bere monte di colore non è una pratica ortodossa secondo le tecniche ufficiali di rilassamento emotivo, ma aiuta.
stiamo dibattendo su un annoso problema emotivo, ossia se dovrei liberarmi o meno di una confezione di camomilla scaduta nel 2010 (so quello che state pensando, ma è un’ottima annata per la camomilla) quando il comitato per l’accoglienza di ufi in missione di pace mi comunica telepaticamente (esistono mezzi di comunicazione migliori, sappiatelo) le coordinate per la prossima riunione operativa: lat 46.46262, long 9.19196.
quindi nel weekend mi metto in coda dietro a una hyundai atos che ha deciso di fare i tornanti a 5km/h (con tutta probabilità ha fatto un giuramento e sta aspettando la hyundai porthos e la hyundai aramis. ne approfitto per dirvi che non c’è niente di difficoltoso nel fare i tornanti, anche se devo ammettere che essere bruno conti potrebbe aiutare).
il giorno dopo ho una mobilità articolare che ricorda da molto vicino quella di un paracarro.
per ovviare al problema sono indeciso fra smirnoff e succo d’arancia o perskindol, ma alla fine mi decido per la vodka (lo svantaggio del perskindol è che dopo l’applicazione profumi di mentolo e c’è la possibilità che alcune vecchiette ti scambino per padre pio).
poi mi metto comodo sul divano ad aspettare l’influenza o, in alternativa, un’ecpirosi.

disclaimer: questo post può indurre all’uso inopinato di parentesi o di prodotti alcolici. nessuna parentesi è stata maltrattata durante la scrittura di questo post.

mercoledì 16 gennaio 2013

medicina internazionale
(per quelli che contano, 39. quest’anno è un numero magico)*


se vi capitasse di passare per roma sappiate che sarebbe facile per voi (dopo una gimcana da competizione per il parcheggio, ovviamente), recarvi nella zona dei colli albani a cercare un’erboristeria o una farmacia da asporto, un negozio di alimentari che serbi ancora una medicina tradizionale contro il mal di testa.
durante il tardo impero, infatti, gli antichi romani avevano già intuito quale male sia così infido e maligno da far impallidire anche i tiranni, arrivare a casa sudanti e in preda al timor estremo che non passi se non con un colpo ben assestato di daga.
la tradizione si è conservata nei negozi della capitale e, se non vogliamo vederci proporre un intruglio di acido acetilsalicilico, more e laudano, delle pastiglie di dubbia provenienza e di media cubatura, o tinture che ci ridurranno il capo verde e i vestiti da buttare (lungi da me voler infligger mania di persecuzione nei lettori, ma alcuni negozianti romani si sentono liberi al raggiro, questo va detto) la nostra pianta è sicuramente il ginepro.
lo troviamo già negli armadi angolari della farmacia di dubrovnik (la più antica farmacia europea conservata nel suo stato originale) e anche secondo alcuni testi apocrifi gitani, con questa pianta, detta anche erba del monaco (poiché veniva usata nei conventi) o erba di santa lucia (poiché si riteneva migliorasse la vista) si riabilita la funzione neurovegetativa e si rinsalda la connettività neuronale; come stendere una mano di malta sulla ossatura cerebrale.
testimonianze delle sue origini orientali si trovano sull’isola di samo, al largo delle coste turche (gli antichi non solo ne ingerivano germogli e bacche durante le fasi acute, ma lo intrecciavano a ghirlanda e lo indossavano come forma di prevenzione) ma ben presto l’uso si estese in tutti i domini cattolici e nel medioevo anche oltre oceano, tanto che la medicina moderna uruguagia ne contempla l’uso come blando antiinfiammatorio e ormai non c’è angolo del pianeta o landa desolata che ne misconosca le qualità.
e devo dire che è un’erba che funziona; io, nelle fredde sere invernali, ubriaco di grappa la usavo per ridurre il dolore alle tempie.
se siete amanti del fai da te, sappiate che occorre attendere i mini germogli di primavera, reciderne i gambi alla base e procedere indi a polverizzare il tutto per benino, prima di ingerire con acqua abbondante.
tu valuta se vale la pena acquistare la pianta, e sicuramente mi ringrazierai. nel caso volessi anche mandarmi dei soldi scrivimi che ti mando l’iban o alla peggio il numero della postepay.

* se siete qui per caso e non ci avete capito nulla, non avete di che preoccuparvi. questa è una cosa che faccio con i lettori affezionati di questo blog (due), e glielo dovevo. se poi avete capito di cosa si tratta e non avete niente di meglio da fare, la soluzione completa starà nei commenti, fra qualche giorno.

domenica 30 dicembre 2012

non so se ve ne siete accorti, ma il mondo non è finito. ne è rimasto ancora un po’ in frigo. se ve lo state chiedendo, se nessuno lo finisce va via con l’umido*.
in ufficio il router è entrato in modalità albero di natale e si riempie di lucine intermittenti, ma soprattutto fisse. io in genere non apprezzo lo spirito natalizio delle periferiche (non apprezzo lo spirito natalizio di nessuno, se devo essere sincero) ma il risultato è che internet, fax e telefono non funzionano.
il call center di fastweb da 4 giorni sostiene che entro 72 ore il problema sarà risolto, probabilmente perché hanno trovato un modo per curvare lo spazio tempo.
io provo a chiedere al gatto se riesce a risolvere il problema, ma pare che non sia granché interessato. in macchina jj johnson è sei mesi che mi suggerisce di chiamare jj5, il che aiuta, ma non migliora la situazione del router.
alla fine vado a casa, saluto piccettino e martina navratilova e mi infilo nella lavastoviglie.
la sera guardo la coppa spengler, la nfl oppure leggo.
ad esempio, peer jaan aavingsberg, ricercatore presso il dipartimento di geografia dell’università di lovanio, ha analizzato in dettaglio lo sviluppo della cartografia occidentale.
secondo il suo libro “la mappa non è il territorio sennò si chiamerebbero uguale” (ed. jaka book) i cartografi occidentali avrebbero trovato particolari difficoltà nella mappatura dell’indostan, e in generale la regione ad est dell’indo, forse anche per la difficoltà che rappresentava attraversare la catena dell’hymalaia; tanto è vero che in alcune mappe del 1500 si trova erroneamente indicato come indokazzostan.
a breve sono previste le nuove uscite dei libri di aavinbeerg “la mappa non è un ornitorinco” sulla storia della geografia dell’oceania e “la mappa non è un acceleratore nucleare” sulla ricerca del bosone di higgs (immagino saprete che l’hanno trovato: era in fondo a un cassetto).

* noi qui si fa la raccolta differenziata della frazione umida**. è facile perché piove spesso
** mi rendo conto che “frazione umida” fa un po’ staffetta di atletica, ma vi giuro che si dice così

martedì 11 dicembre 2012

è un tranquillo sabato di dicembre, il lago brilla sotto i raggi del sole, le montagne innevate svettano indomite nel cielo limpido del pomeriggio e il termometro della farmacia segna 19 gradi.
peccato che il termometro della farmacia sia rotto.
io ho addosso così tanti strati di piumino da avere il profilo dell’omino michelin dopo che ha mangiato pesante e non saprò mai quanti gradi ci sono realmente perché nessuno dei pinguini qui intorno sa aiutarmi.
torno a casa e mi metto in ascolto di comunicazioni da parte degli ufi.
dopo che mi hanno devastato un comignolo parcheggiando l’astronave, ho convinto gli ufi a comunicare con dei colpi sulle falde del tetto (è uno dei vantaggi di abitare in un sottotetto. ce ne sono anche altri, ma ora non mi vengono in mente).
abbiamo stabilito un codice:
  • 1 colpo sulla falda sinistra e 3 sulla falda destra sta per: invasione immediata;
  • 4 colpi a sinistra e 4 a destra sta per: stamattina effettuiamo ricognizioni sotto copertura travestiti da postini;
  • 7 colpi a sinistra e 1 a destra sta per: atterriamo per le 22 gmt, a murmansk. ma solo se non fa troppo freddo;
  • 3 colpi a sinistra e 1 a destra sta per: sabato riunione operativa al bar, che c’è la birra di natale della theresianer con le alette di pollo piccanti;
  • 24 colpi a sinistra e 37 a destra sta per: abbiamo perso il conto e non sappiamo più cosa volevamo dire;
  • 126 colpi a sinistra e 82 a destra sta per: c’è un maledetto ghiro sul tetto che disturba le comunicazioni.
  • io e martina navratilova ci mettiamo in ascolto ma tutto quello che sentiamo sono i tarli nella cesta della legna, così alla fine ci tocca accendere il camino per evitare che i tarli ci invadano.
    la sera gestisco con fermezza un tentativo di sovversione interna da parte del comitato per la liberazione delle alette di pollo piccanti, poi cambio le pile del radiofaro e mi infilo nella lavastoviglie.
    se ricevete comunicazioni per me da parte degli ufi, mandatemi una mail

    martedì 27 novembre 2012

    mi sveglio mentre un coro di nani da giardino installato sul davanzale e diretto da hugh troy junior canta fever all through the night, everybody's got the fever, that is something you all know battendo ritmicamente la testa contro la finestra.
    in mancanza di una sezione ritmica, battere la testa contro la finestra aiuta più che schioccare le dita. almeno stando al mio maestro di armonizzazione interiore. e comunque è piuttosto difficile insegnare a un nano da giardino a schioccare le dita.
    pur avendo qualche lieve difficoltà articolare e motoria, analizzando brevemente le differenze fra indie pop e indie per cui mi alzo.*
    piove, fa quasi freddo, e il mio tentativo di ricreare un microclima simile a quello delle trobriand è miseramente fallito (peccato perché avevo già preso in considerazione di travestire piccettino** da malinowski).
    avendo consapevolezza che la prossima bella giornata sarà fra circa sette mesi, il numero di bestemmie per minuto tende decisamente al limite di bremermann.
    ad ogni modo sono felice di alzarmi perché in agenda ho un paio di problemi scientifici molto stimolanti che ho approcciato con il metodo filosofico.
    so che molti scienziati sono convinti che non esista un modello filosofico; invece il modello filosofico esiste, è scientificamente applicabile e suona più o meno come: "da qualsiasi parte la guardi, non otterrai mai lo stesso risultato". da lì si iniziano ad applicare modelli stocastici, la meccanica quantistica, poi di solito si lascia perdere e ci si beve una birra (la filosofia non risolve i problemi, li abita. ma non ci paga l'imu, sennò non avrebbe i soldi per la birra).

    * questa frase è pericolosamente instabile, ma un team di esperti ha stabilito che non può esplodere.
    ** andré agassi si chiama così in omaggio a leo ortolani, quello che disegna rat-man. per chi non lo sapesse, leo ortolani, con un tempismo invidiabile (appena una decina di anni di ritardo), ora ha un blog: questo. poi non ditemi che non vi avevo avvertito.

    lunedì 12 novembre 2012

    stavo cercando di suicidarmi con freecell (un team di esperti ha stabilito che è possibile, anche se c’è il fondato rischio di non morire ma di diventare epilettici a vita) quando un emissario di andreetta e pesciallo* mi fa sapere che martina navratilova, franco davin e suo fratello bicer mi aspettano per disquisire sulle possibilità di del potro di arrivare in finale al master.
    di norma leggerei il futuro nei fondi di gattinara, ma è un passatempo decisamente costoso, così decido di aspettare domenica.
    nel frattempo mi inserisco in contese verbali con la delicatezza che contraddistingue un board check di petteri nummelin e continuo ad interrogarmi sul principio di realtà (secondo un’interpretazione filosofica eterodossa che attualmente mi sento di condividere, la realtà non è altro che ciò che continua ad esistere anche quando smetti di crederci. è un modo come un altro per dire che il nostro universo è piuttosto testardo).
    quando ho un po’ di tempo mi sdraio sul divano e studio le affinità e le divergenze fra il brandy vecchia romagna e il brandy questa mano zingara.

    * se non sapete chi sono andreetta e pesciallo vuol dire che non avete mai visto la tsi (che adesso si chiama rsi perché la creatività degli svizzeri è illimitata). d’altra parte, google sta lì apposta, devo dirvelo io? ma se solo aveste un briciolo di fiducia in me (lo so che non l’avete, dico per dire) potete tranquillamente andare avanti a non saperlo e vivere bene uguale.

    ultim’ora
    in uno studio sulla cultura arcaica pubblicato sulla rivista “nature” l’etnologo marc zetterberg è giunto alla conclusione che alcune frasi della saggezza popolare mediterranea andrebbero riviste sulla base di pregiudizi radicati nelle comunità di quelle aree geografiche. i risultati dello studio saranno pubblicato in un libro edito dal saggiatore dal titolo timeo danaos et dona bionda

    mercoledì 31 ottobre 2012

    non è che sono sparito (cioè, ci ho provato, ma il corso di smaterializzazione ha subito un lieve ritardo perché non riusciamo più a trovare il maestro) è solo che mi si sono congelati i neuroni.
    ieri io ed alcuni pinguini stavamo scrostando il ghiaccio dal parabrezza dalle nostre auto (alcuni i pinguini hanno la patente, sì. è una scelta razionale, quando si rendono conto di quanta fatica fanno a muoversi sulla terraferma) con grande scorno di alcuni gabbiani di passaggio che stavano provando alcune accelerazioni nella speranza di trovare un ingaggio nell’ambrì piotta.
    ho ancora il cervello tarato sulla funzione paraflu quando all’improvviso un pakistano con lo zaino di poochie mi chiede se può lasciare dei dépliant nella cassetta della posta o, in alternativa, vendermi un’edizione del de trinitate di sant’agostino rilegato in brossura.
    opto per i dépliant, poi metto il riscaldamento dell’auto sull’opzione harmattan e aspetto che vada in temperatura e in ufficio. invece niente, devo guidare io.
    questo mi ricorda che invece alcune astronavi madri* delle flotte ufi hanno la rotta impostata in automatico (mentre gli ufi più evoluti usano il teletrasporto**) e la maggior parte delle rotte prevede di evitare la terra, per lo meno finché la specie homo sapiens è in giro per il pianeta (la specie homo sapiens non è abituata a pensare in termini di tempo su scala planetaria. noi ci immaginiamo che il pianeta sia a nostra disposizione e che lo occupiamo da sempre. in realtà, in termini generali, se paragoniamo l’età del pianeta ad una giornata di 24 ore, noi siamo qui da circa un trenta secondi. quindi una specie aliena che ha avuto tutto il tempo di visitare la terra e quando arriva la trova occupata da homo sapiens riassumerebbe la questione con un’unica parola: sfiga. tra l’altro ora c’è anche molto meno posto per parcheggiare l’astronave).
    in serata, io, martina navratilova e andré agassi (che però vuole restare in incognito, e d’ora in poi lo troverete indicato come “piccettino”) proviamo a testare delle procedure per spostare dei bias cognitivi, peraltro con esisti nulli. il risultato è che nella notte vengo svegliato, a fasi alterne, da piccettino e dal fantasma di bluma zeigarnik.

    * l’astronave madre è quella che ti ricorda di metterti la maglia di lana
    ** il senso del teletrasporto è stato per molto tempo frainteso. la maggior parte della gente qui intende il teletrasporto come uno strumento che ti porta nel posto in cui vuoi andare. inteso correttamente, il teletrasporto è esattamente l’opposto: porta da te il posto dove volevi andare.

    domenica 14 ottobre 2012

    da grande vorrei fare lo psicologo delle divinità. credo sia un lavoro in cui ci siano buoni margini di manovra, ma ho alcuni dubbi sullo stipendio.
    in ogni caso, a sentire gli appartenenti alla specie homo sapiens (lo so che faccio parte pure io della specie homo sapiens, ma trovo ingiusto che uno non possa scegliere la propria specie di appartenenza) le divinità tendono ad essere particolarmente insicure.
    voglio dire, hanno sempre bisogno che uno si ricordi di loro, si offendono se non le ringrazi per ogni cosa, se uno dubita della loro esistenza ci rimangono malissimo e inviano sventure e carestie, se le insulti la prendono subito sul personale, e come se non bastasse quasi tutti pretendono di essere unici oppure litigano fra di loro per stabilire chi è il migliore. come la chiamereste voi se non insicurezza cronica?
    io non so se esiste un dio del torcicollo, ma se esiste mi odia.
    nel tardo pomeriggio sono su un treno fermo nella campagna di abbiate guazzone (un nome, un imperativo).
    sono abbandonato su un sedile ma rigorosamente in posizione ascetica e, come tutti i mistici, emano un lieve aroma di mentolo, limone, bergamotto, lavanda e rosmarino, che un primo esame olfattivo potrebbe identificare come perskindol (lindert den schmerz und fördert die heilung bei) quando si materializza di fianco a me david gnomo (che, inspiegabilmente, invece del cappello a punta indossa un sombrero).
    parliamo del più e del meno e di altre operazioni elementari fino a quando non scompare perché disturbato dall'alta tensione della linea aerea che torna in funzione.
    io continuo il viaggio con la spiacevole sensazione che avrei dovuto chiedergli qualcosa a proposito di quella questione del sombrero.
    poi niente, arrivo a milano e in ordine sparso, vedo gente, cerco di trasformare il bistrot letterario in un appartamento, cammino, mangio kebab, e sono felice.