martedì 12 febbraio 2019

global warming i love you

non appena rimetto piede in italia, orione torna ad essere orientato dalla parte giusta.
in realtà mi piaceva, storto, ma la mia richiesta di spostare il paese in una fascia equatoriale deve essersi persa nei meandri della burocrazia, e non se n’è fatto niente.
ho passato qualche giorno all’estero per fare il punto sulla mia vita.
non so chi sono (ma fortunatamente posso guardare cosa c’è scritto sul passaporto), non ho raggiunto nessun obiettivo (ma fortunatamente non mi piace tantissimo fare foto), non ho sogni nel cassetto, perché sennò non saprei dove mettere i calzini.
non ho mai saputo cosa volevo diventare. non lo so neanche adesso, a dire la verità. il fatto è che forse non volevo diventare proprio niente. ci sto ancora lavorando, ma in genere mi riesce bene (purtroppo questa cosa non ti fa fare dei figuroni ai colloqui di lavoro).

in italia fa freddo, ci sono dei pinguini che pattinano garruli nel parcheggio dell’aeroporto, e il parabrezza della mia auto ha uno stato di permafrost così spesso che devo chiedere aiuto a degli inuit per raschiarlo, un’operazione facile facile che ci prende solo un paio d’ore, ma almeno posso pagare in paraflu.
mi avevano promesso il global warming, ma devo essere rientrato troppo presto.

per avere una temperatura che non scenda mai sotto i 15 gradi sono disposto a subire un ciclone, una carestia, un’inondazione, un’invasione di cavallette, una volta ogni tanto, lo troverei abbastanza accettabile.
io questa cosa che la gente vuole salvare il pianeta francamente non la capisco.
voglio dire, il pianeta se la cava benissimo, ha più o meno 4,5 miliardi (miliardi) di anni, di cui tre passati senza un briciolo di ossigeno, e non ne ha mai sentito la mancanza.
quello che avrebbe qualcosa da perdere in realtà è homo sapiens, che all’ossigeno ci si è affezionato, però in effetti dire “salviamo homo sapiens” non fa un bellissimo effetto, perché nessun vero ambientalista è davvero convinto che sia una buona idea, quindi i copywriter tirano fuori quella cosa del pianeta, o di altri animali a caso, in genere più innocui e carini di homo sapiens (non che sia difficile trovarne, in effetti).
parliamoci chiaro, il massimo danno che può fare l’aumento delle temperature al pianeta è estinguere un po’ di flora e fauna, fra cui, fortunatamente, homo sapiens.
ho come l’impressione che quando accadrà il pianeta non ci rimpiangerà molto (in effetti i pianeti non hanno grossi rimpianti, tutto quello che devono fare è orbitare da qualche parte, non hanno bisogno di prendersi la briga di sviluppare un’autocoscienza).
a me spiace solo che ci estingueremo lentamente, mentre io sarei più per un bang sonico tipo asteroide e occhei, magari per i miei sessant'anni, sarebbe perfetto. però, voglio dire, estinguersi con il freddo sarebbe molto peggio.
insomma, la mia aspettativa di vita non è esaltante (per lo meno non sul lungo periodo), e di qualcosa dovrò pur morire. ma almeno non muoio al freddo.

e anche come specie, insomma, non ho mai nutrito grosse speranze in homo sapiens.
mi spiace dirvelo, ma le specie muoiono tanto quanto gli individui: i dinosauri sono durati duecento milioni (milioni) di anni, e poi ci ha pensato l'universo; noi è tremila anni che scriviamo la storia di famiglia e siamo già sull'orlo del baratro, peraltro facendo tutto da soli. è evidente che abbiamo fatto delle scelte evolutive discutibili.
poi certo, ci saranno un po’ di guerre per accaparrarsi alcuni supporti vitali, tipo aria e acqua (è abbastanza tipico di homo sapiens: rendere il proprio ambiente invivibile e quindi, per risolvere il problema, prendersela con altri homo sapiens. ditemi voi che fiducia si può avere in una specie simile), ma con un po’ di fortuna per quel periodo potrei essere già morto.

però il fatto che come specie abbiamo quasi fallito non significa che debba fallire pure io, nel mio piccolo, e quindi cerco lo stesso di trattare bene il pianeta (peraltro lo faccio come riesco, mica vivo nelle caverne, eh. fossi davvero coerente mi coprirei di pelli e dovrei perdere tutti i miei privilegi di abitante di zona fortunata del pianeta. potrei farlo, ma a che pro? ho smesso molto tempo fa di pensare di essere in grado di salvare il mondo).
lo faccio sapendo di avere perso, per non dare tutto il mio contributo all'autoannientamento, ma è un po' una rivalsa (volete andare a sbattere? e io non metto il piede sull'acceleratore. non mi userete per questa cosa), che è anche il motivo per cui cerco di trattare bene anche tutti gli esseri umani, oltre che il pianeta.
insomma, forse il mio obiettivo è estinguermi, ma vorrei farlo serenamente.

mercoledì 23 gennaio 2019

io, le feste, non ci sono portato.
mi vengono meglio gli anacoluti.
però occhei, capisco che a qualcuno piaccia festeggiare degli eventi, tipo il compleanno, così ti ricordi che sei sopravvissuto un altro anno (se sei ottimista) o che ti resta ancora poco da vivere (se sei pessimista) o una laurea, che è l’ultima occasione di divertirti prima di diventare ufficialmente un disoccupato.
io non lo farei mai, ma lo capisco.
però anche a me piace, ogni tanto, trovare una scusa qualsiasi per aprire una bottiglia di vino buono, o per vedere delle persone a cui vuoi bene, o per conoscere qualcuno di interessante. insomma, magari non proprio una festa, ma qualcosa che gli si avvicini.
quello che non capisco è la pervicace ostinazione della cultura occidentale contemporanea a festeggiare natale e capodanno.
natale e capodanno sono quelle cose che devi fare delle cose per forza (infatti sono due delle feste comandate, e non mi piacciono le persone che comandano), ma solo in quei giorni lì, perché se ti viene in mente di fare la stessa identica cosa due settimane dopo ti guardano tutti come se fossi pazzo.
poi non capisco bene perché festeggiare il compleanno di un tizio a cui non credi (o per lo meno festeggiare il suo compleanno facendo esattamente il contrario di quello che ha lasciato detto) e non capisco perché far iniziare una cosa quando fa così freddo. voglio dire, se proprio devi festeggiare un inizio, hanno inventato la primavera apposta. non ti accorgi che sei fuori stagione?
e poi ci sarebbe anche quella cosa che non mi piacciono i dolci.
cioè, il cioccolato fondente 70% è occhei, il resto anche no.
ma niente, la gente si ostina a darti dei torroncini, dei pandori, dei panettoni, che non riesci a ricollocarli neanche rivolgendoti a un centro per l’impiego.
io ho un panettone che ormai sto prendendo informazioni per iscriverlo alle elementari.

lunedì 10 dicembre 2018

“non può essere un caso che in nessuna lingua terrestre esista l'espressione "bello come un aeroporto". gli aeroporti sono brutti. alcuni sono molto brutti. certi raggiungono un livello di bruttezza che può solo essere il risultato di uno sforzo consapevole. la bruttezza degli aeroporti dipende dal fatto che sono pieni di gente stanca e di pessimo umore che ha appena scoperto che i propri bagagli sono sbarcati a murmansk (l'aeroporto di murmansk è l'unico che fa eccezione a questa regola altrimenti infallibile), e gli architetti per lo più si sono sforzati di riflettere questo stato d'animo nelle loro creazioni.”
(douglas adams, la lunga e oscura pausa caffè dell’anima)

c'è una cosa che devo confessare.
mi piacciono gli aeroporti, so mica perché.
certo mi piace molto volare, mi sembra che dia un punto di vista leggermente più obiettivo del pianeta.
c’è questa cosa, a otto km di altezza, che tutto viene messo in una prospettiva più reale, che da terra si fa fatica a capire: ad esempio che il pianeta è uno, che le frontiere non esistono (se non intese come ostacoli naturali tipo montagne molto alte o mari molto grandi), che homo sapiens è completamente insignificante nell’ordine delle cose e che l’unico prodotto apprezzabile di homo sapiens, da quell’altezza, sia il fatto che abbia la tendenza a raggrupparsi in aree molto ristrette e riempirle di lucine, credo nel tentativo di avere la flebile speranza di contare qualcosa (niente può essere poco importante, se ha una lucina, no?).
forse anche mi affascinano i non luoghi, e poi ovviamente mi piacciono i viaggi, sono sempre carichi di aspettative e novità e cose da scoprire, e anche gli aerei, trovo che sia una cosa fantastica che possano volare anche specie che non hanno avuto l’intelligenza di farsi spuntare le ali.
ma mi piacciono proprio anche gli aeroporti, in alcuni ci ho pure dormito.
mi piace arrivare con molto anticipo, specie in quelli che non conosco, anche in quelli piccoli, ed esplorare tutto il possibile (solitamente mi fermo prima che i responsabili della sicurezza mi trascinino in uno stanzino buio e mi picchino con dei grossi randelli: i responsabili della sicurezza sono sempre molto suscettibili. è uno dei motivi per cui spesso mi sento molto più sicuro quando non c’è la sicurezza), mi piace guardare fuori dalle finestre, che di solito sono enormissime, e se sei molto fortunato si vedono gli aerei atterrare e decollare, e le persone al lavoro, ed è pieno di macchinari interessanti, e poi dentro ci sono le poltroncine dove ti fermi a leggere e nessuno ti può disturbare, e in alcuni aeroporti ci sono un sacco di cose stranissime, tipo le sale giochi, o le poltrone appese ai soffitti, e niente, è bellissimo.
a volte mi fermo anche a curiosare nei negozi, ed è strano, perché solitamente io odio entrare nei negozi, anche quando mi serve qualcosa, tipo un paio di jeans, o un paio di scarpe da tennis (è tutto quello che compro, ultimamente), e insomma, è una cosa che solitamente mi mette molto in difficoltà (avete presente quando siete in un negozio ed entra uno strano, vestito male, con i capelli arruffati? molto gentile, ma visibilmente fuori luogo e in imbarazzo? ecco, con tutta probabilità sono io. non chiamate la sicurezza, grazie).
poi lo so, molte persone hanno paura di volare (in realtà non è vero che hanno paura di volare, hanno solo paura di morire; e in ogni caso volare non ha quasi mai ucciso nessuno, è atterrare male che può creare problemi alla salute), ma trovo che statisticamente prendere un aereo sia comunque molto meno pericoloso di altre cose, tipo guidare un’auto, usare delle armi da fuoco o affidarsi a un leader populista.
ma poi insomma, di qualcosa si deve pur morire.

lunedì 3 dicembre 2018

come passa il tempo, quando ci si diverte

All’inizio del novecento l’America era spesso uno shock per gli immigrati italiani che, secondo gli storici Leonard Dinnerstein e David M. Reimers, “erano impreparati all’accoglienza gelida loro riservata da moltissimi americani”.
Spesso, a causa della nazionalità, si ritrovavano esclusi dalle opportunità di lavoro e di istruzione, e non potevano stabilirsi in certi quartieri per via delle clausole restrittive che glielo vietavano. In alcuni casi, gli italiani che si trasferivano nel profondo Sud erano costretti a frequentare le scuole per neri. All’inizio non era assolutamente chiaro se fosse loro consentito l’uso delle fontanelle e dei bagni per i bianchi.
Altri gruppi di immigrati – greci, turchi, polacchi, ebrei di qualsiasi nazionalità – incontrarono ovviamente pregiudizi simili; quanto agli asiatici e ai neri americani, pregiudizi e limitazioni erano ancora più fantasiosi e crudeli. Gli italiani, però, erano generalmente trattati come una sorta di caso speciale, considerati più volubili, inaffidabili e molesti di qualsiasi altro gruppo etnico.
Ovunque sorgessero conflitti, sembrava che alla radice del problema vi fossero gli italiani. La percezione diffusa era che, se non erano fascisti o bolscevichi, fossero anarchici o comunisti, e se non erano nemmeno quello, si trovassero comunque implicati nel crimine organizzato.
Perfino il New York Times dichiarò in un editoriale che “forse [era] inutile pensare di civilizzare [gli italiani] o mantenerli disciplinati, se non avvalendosi del braccio della legge”. E.A. Ross, sociologo della University of Wisconsin, insisteva nel dire che in Italia la criminalità era diminuita solo perché “i delinquenti sono venuti tutti qui”.

L’estate che accadde tutto, Bill Bryson, Guanda

domenica 11 novembre 2018

ottobre è il mese della consapevolezza.
infatti è novembre e vago senza costrutto da un pianeta all’altro utilizzando uno stargate fatto in casa (se non sapete come costruire uno stargate potrete cercare sul manuale di tecnologia applicata del professor alex pernenbrod; le istruzioni base sono: prendi due auto, fai alcune modifiche strutturali al motore a scoppio, utilizza il cambio marce come selettore, non dimenticare di levare le targhe per non pagare il bollo), però fra i miei successi personali posso vantarmi di stare diventando cintura nera di pasta al tonno.
ho anche ricominciato a leggere. insomma, più o meno.
prima leggevo tomi molto complicati di cinquecento pagine in tre giorni (alcuni li capivo anche) ora invece ho difficoltà a fissare la lista della spesa, e quindi la cosa si fa complicata.
non so se sono cambiati i tempi (prima era un 4/4, ora è un 7/8) o se sono cambiato io.
certo, mi ero già accorto che la mia capacità di concentrazione era passata dal livello “maestro jedi” al livello “jack russell con difficoltà di apprendimento”, ma adesso si esagera.
certo, il fatto che prima non avessi un televisore, un telefono cellulare, un accesso a internet, due gatti e uno stargate domestico, forse facilitava leggermente le cose.
lo so che succede anche a voi.
quindi adesso facciamo un esperimento: io vi metto 6:18 di billie holiday, voi schiacciate play e ve la ascoltate tutta, dall'inizio alla fine, senza pause, senza interrompere, magari chiudendo gli occhi. se non ci riuscite neanche con billie, vabbè, io non so più cosa fare.


giovedì 18 ottobre 2018

i blog non muoiono mai, al massimo muore il server

alla fine tutto quello che so di me, in relazione al mondo che mi circonda, coscienza e autocoscienza (qualsiasi cosa esse siano), è una narrazione.
tutti i miei pensieri sono fatti di parole, anche le sensazioni, gli stati d’animo. se non posso descrivere (o descrivermi) cosa mi sta succedendo (anche solo dicendo “ehi, non ho idea di cosa mi stia succedendo”, a me capita spessissimo, a voi no?), con buona probabilità sono morto: impariamo a rendere conto di noi stessi tramite il linguaggio.
la mia identità è una narrazione: mi sto raccontando una storia, la storia della mia vita, quello che mi è successo durante tutta la mia vita per arrivare qui, a raccontarmi: l’invenzione di sé (l’interpretazione delle storie che narriamo) crea una separazione fra l’io che racconta e l’io del passato. non esiste identità senza autonarrazione.
l’autobiografia è una localizzazione nel tempo e nello spazio, e non è altro che un genere letterario.
il problema è che noi narratori parliamo per astrazioni , ed è il motivo per cui usiamo parole come anima, vita spirituale, divinità ma non c’è nessun dannato accordo che ci possa garantire cosa significano le parole che stiamo usando.
siamo dei narratori e questo, se uno vuole conoscere il mondo reale, oltre a sé, è probabilmente un grosso difetto.
ma effettivamente gli esseri umani sono pieni di difetti strutturali.
non possiamo vedere niente al di fuori del nostro spettro visibile, e i nostri occhi hanno degli angoli ciechi; non possiamo sentire la maggior parte delle frequenze sonore; siamo orientati (contrariamente all’universo, abbiamo un alto e un basso, un fronte e un retro) e abbiamo solo un punto di vista alla volta; pensiamo solo in due o tre dimensioni; non comprendiamo le lunghe distanze (è il motivo per cui le distanze astronomiche sono espresse in tempo); siamo irreversibili, diventiamo vecchi e alla fine moriamo; ma c’è di più, possiamo romperci piuttosto facilmente e morire giovani; come specie, recentemente abbiamo fatto scelte discutibili, tipo inventare i cappotti invece di migrare al sud in inverno (come altre specie evidentemente più intelligenti di homo sapiens fanno regolarmente), o fidarci ciecamente di astrazioni piuttosto arbitrarie tipo denaro, matrimonio, nazionalità.
e tutto questo, solo perché, qualche miliardo di anni fa, un organismo unicellulare ha fatto alcune scelte vincenti per sopravvivere e perpetuarsi su questo pianeta (non è stata una grande idea, nonno), e noi la chiamiamo evoluzione.
però occhei, se la narrazione è un difetto (e molto probabilmente lo è), è uno dei più divertenti.

martedì 25 settembre 2018

- come ti vedi fra 5 anni?
- boh, usando uno specchio?

io quella cosa di fare dei progetti, programmare la propria vita, avere delle aspettative, delle ambizioni, delle direzioni da prendere, ecco, non l’ho mai capita.
voglio dire, mi piacerebbe, ma ogni volta che mi fanno quella domanda il mio cervello entra in modalità “mucca guarda treno” e richiama una subroutine di afasia standard.
credo che il problema in realtà sia che tutto quello che voglio, dalla vita, è scomparire.
eppure ogni volta che controllo, sono sempre lì.
è per quello che non faccio mai quelle cose epiche o picaresche che succedono nei romanzi di formazione, quando la gente vuole ritrovare se stessa.
io non ho bisogno di ritrovarmi, sono già lì, non riesco mica a scomparire.
il mio maestro di smaterializzazione dice che il problema di base è che ormai è entrata nella vulgata popolare quella boiata galattica che, se vuoi, puoi.
cioè quella roba che se lo vuoi davvero, lavori duro e fra cinque anni diventi imperatore dell’universo, patriarca di costantinopoli, superman, basta volerlo e crederci abbastanza.

- ehi, ma tizio voleva quella cosa lì, ed ora ce l’ha fatta, vedi? se vuoi puoi

- ma certo, è lo stesso motivo per cui tutti possono vincere la lotteria, no? infatti sono tutti ricchissimi e nati a krypton, basta volerlo abbastanza.
il mio maestro di smaterializzazione dice che non basta volere fortissimamente una cosa perché poi accada davvero.
puoi fregare il tuo cervello, ma non puoi fregare la realtà.
quindi devo lavorare sulle cose alla mia portata, se non posso scomparire, posso almeno cercare uno step intermedio, tipo diventare invisibile. sei sempre lì, il che è una grossa rottura di balle, ma almeno la gente non ti vede.
per adesso mi sto esercitando nei locali affollati: quando voglio bere qualcosa, mi avvicino al bancone e mi viene benissimo.