giovedì 19 marzo 2015

è un periodo che ho questa idiosincrasia per i false friend che mi ritrovo ovunque, tipo quando i telecronisti (specie nel rugby, ma pure nella pallavolo) usano "prova a contestare la palla", che io mi immagino sempre il giocatore che si mette in piedi e comincia "eh no, signora palla, non è il modo di fare questo, ma guardi, non si permetta", ma sento che in questa specifica battaglia di civiltà non ho l'approvazione dell'universo.
in nessuna, veramente, ma chi sta a contare.
la mattina mi sveglio e inspiegabilmente, non piove.
in compenso il mio apparato respiratorio è congestionato come la salaria all'ora di punta e io respiro come darth vader, ma perlomeno ho il vantaggio di non avere il casco.
è una sindrome influenzale che inizia il giovedì e finisce la domenica, credo sia una variante settimanale della febbre terzana, che mi permette di entrare in sintonia con il creato e induce fenomeni di glossolalia, ma solo applicata alle bestemmie.
saluto il team di esperti del cern di ginevra che mi segue da tre giorni (sono coinvolto in un esperimento scientifico volto a vagliare la possibilità di rinominare l'effetto pauli* come effetto eddie) e mi avvio garrulo verso l'ufficio.
sulle scale incontro alano di lilla travestito da signora delle pulizie in versione etnica (non capisco quello che dice, in compenso ha la tabella dei caratteri unicode appesa al collo e li indica alternativamente con lo spazzolone; fa l'effetto di una seduta spiritica teosofica, ma funziona) e parliamo del più e del meno, ma anche di altre operazioni matematiche a caso.
per un po' parliamo del tempo, poi del tempo supplementare della partita di champions, poi del tempo come categoria a priori kantiana, poi del tempo nella relatività speciale einsteiniana e della perdita dei concetti di causalità e contemporaneità nell'economia delle equazioni fondamentali dell'universo, poi del tempo come misura di processi irreversibili, perlomeno finché non finisce l'effetto dell'ammoniaca.
la sera torno a casa, metto sulla tv la maratona law and order, e cerco di suicidarmi affogandomi nel tachiflu.

* l'effetto pauli, al contrario di quello che crede la maggior parte degli svizzeri, non è quello che ti costringe a parlare come pauli schönwetter, e non va confuso con il principio di esclusione di pauli, che si riferisce invece a quando i suoi amici evitavano di invitarlo alle feste

venerdì 6 marzo 2015

please disappear here
io e alcuni membri dell'associazione "fuori di tesla" ci stavamo alternando* in alcuni studi di dinamica dei flussi in un dim sum di den haag quando avverto una perturbazione nella forza, come se milioni di siu mai gridassero terrorizzati e a un tratto si fossero zittiti.
questo mi porta ad alcune riflessioni sulle interconnessioni fra cibo, monosillabi e e dinosauri** che mi terranno occupato per qualche tempo.
nel frattempo, mi sto immergendo negli studi di cimatica: ho installato un tonoscopio di janny nel lavandino per captare la morfogenesi delle vibrazioni ambientali.
una delle scoperte più importanti è che quando qualcuno suona il citofono, sulla membrana del tonoscopio appare darth vader.
ho deciso che dovrei brevettare un paio di accorgimenti che ho usato per migliorare la morfogenesi dei suoni, ma potrebbe nascere qualche intoppo, visto che una cordata di giapponesi ha appena lanciato un'opa sul mio cervello.
qualche giorno dopo, in una bier fabriek di wezen, nella costellazione del cane maggiore***, mi imbatto in un esponente dell'esistenzialismo quantistico, in pratica una corrente esistenzialista innestata sull'immortalità quantica postulata dall'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica.
l'assunto di base è che non solo la vita è uno schifo, ma provate ad organizzare un suicidio quantistico, se ci riuscite.

* non poteva essere altrimenti
** questa cosa di pensare che il cervello funzioni in maniera lineare non vi porterà da nessuna parte
*** è stata recentemente proposta una promozione per meriti sul campo, e presto potrebbe diventare la costellazione del cane tenente colonnello


lunedì 23 febbraio 2015

esco dall'ufficio che sto litigando con me stesso. 
il che è oltremodo fastidioso, perché riesco a perdere anche quando litigo da solo.
dunque, ho messo il mio nuovo telefono in carica. è al 44%, e mi dice testualmente "in carica" fin qui tutto bene. poi aggiunge "18 ore al termine".
io credo di avere un problema.
ma non con il telefono, pensavo più con l'universo.
nel frattempo ho finito le divinità.
se avessi un soldino per ogni insulto a divinità più o meno famose sul pianeta terra (da àtrantor a zoroastro, anche se non in rigoroso ordine alfabetico: ho anche io le mie preferenze) probabilmente sarei sulla copertina di forbes tutte le settimane (lo so che è bisettimanale, sennò era troppo facile).
le quattro soluzioni che mi vengono proposte sono: 1. rimandare indietro il telefono, 2. andare in assistenza*, 3. andare a lourdes, 4. lasciare che si scarichi completamente e ricaricare, per due volte di fila.
ovviamente provo la soluzione più sensata delle quattro (l'ultima: le altre tre prevedono che rimanga senza telefono per un periodo indeterminato di tempo ma, inspiegabilmente, vorrei evitare) e incredibilmente funziona.
ho sempre pensato che lavorare nell'ingegneria informatica moderna lasci sempre uno spazio aperto al pensiero magico: sai che alcune cose funzionano, anche se non hai la minima idea del perché. la fede di queste persone mi commuove.
durante i festeggiamenti valuto se mettere sullo stereo a love supreme (che è un capolavoro, ma le frequenze del sax di coltrane mi fanno vibrare l'incisivo sinistro, scheggiato durante una lezione di krav maga con un bradipo) e alla fine ripiego su un greatest hits di louis jordan and his tympany five, poi torno a farmi domande sui grandi interrogativi dell'universo tipo le motivazioni dell'esistenza del cheddar.

* credo intendessero quella del telefono, ma non ne sono del tutto sicuro

mercoledì 4 febbraio 2015

fenomenologia del furbofono (stralci e appunti)

da una settimana sono diventato un garrulo possessore di furbofono.
sono ufficialmente entrato nel terzo millennio dalla porta principale, e mi sono deciso principalmente perché mi ero rotto di spiegare a chiunque perché non ne avessi uno.
quello che ho scoperto è che praticamente i vantaggi di avere un furbofono sono che posso registrare martina navratilova, farmi i selfie con piccettino e mettere come schermata iniziale del telefono la scritta "sogno o son desktop", e questo temo la dica lunga sulle potenzialità dei furbofoni in generale.
in ogni caso non vi dovete immaginare selfie in pose scomposte, il nostro ruolo istituzionale ci impone un certo understatement. giusto ieri ne abbiamo fatto uno che con tutta probabilità finirà sulla nostra tessera di governatori occulti della galassia e su quella dei membri onorari dell'associazione salati di mente (una variante del mensa ma meno insipida)*.
quindi sono entrato nel loop dei sistemi operativi (per contratto si chiamano tutti come delle merendine per adolescenti, perché in realtà svolgono la medesima funzione sociale), perché appena comprato già mi ha chiesto 32 volte se volevo aggiornare il sistema.
ho anche scoperto che l'aggiornamento in realtà è desideratissimo da tutti, mica perché funzioni, ma perché è una cosa nuova.
cioè, in realtà potrebbe essere pure un sistema operativo che va a valvole o un'involuzione del sistema frenante di un autoarticolato iveco del 1972, ma ehi, è nuovo! installiamolo subito!).
alla fine, preso dallo sfinimento dei messaggi informativi, decido saggiamente di aggiornare il tutto.
il primo messaggio che esce sul telefono è il file nelson_muntz.wav.
poi si materializzano dei preziosissimi avvisi che mi informano alternativamente che l'aggiornamento verrà scaricato in 172 minuti. 15 minuti. 136 minuti. 7 giorni e 5 minuti. 45 secondi. giusto il tempo di un weekend a saint tropez, poi vediamo. le faremo sapere. in ogni caso la chiamiamo noi.
io decido di andare a pranzo.
al mio ritorno, quando finalmente il furbofono si riavvia, succede quello che succede ogni volta: la grafica è peggiorata, la logica del sistema si è involuta e ci sono icone nuove che fanno le stesse identiche cose che facevano le icone vecchie, ma che ci metterai due anni a riconoscere.
in compenso sono comparse applicazioni completamente inutili, fra cui due identiche. ma se provi a disinstallarne una a caso ti esce un alert di stampo terroristico che dice che se la disinstalli poi le altre applicazioni vengono a farsi esplodere sotto casa tua, e di questi tempi è meglio andarci cauti.
il fatto è che la maggior parte di chi progetta queste cose, invece che farle testare alle scimmie (che, a pensarci, costano anche meno), le fa testare a della gente che di mestiere guarda se hanno un bel colore e che ignora pervicacemente il principio del rasoio di ockham applicato alla logica: "se funziona semplice, non complicarlo".
voglio dire, caro programmatore, se hai avuto una botta di inspiegabile culo e una cosa funziona, diobono, lasciala stare.
io ho sempre pensato che il genere umano debba inevitabilmente estinguersi, ma ultimamente penso che è meglio che lo faccia in fretta.
dopo aver letto delle recensioni su internet (di qualsiasi cosa, dico: application, alberghi, libri, ristoranti) mi sono convinto che il top sarebbe se si riuscisse a raggiungere l'obiettivo entro lunedì prossimo.
decido di prenderla sul personale, quindi cerco vagamente di ripristinare le impostazioni che avevo scelto e tornare a una situazione quantomeno accettabile. anche perché so che con tutta probabilità per lunedì prossimo non c'è da sperarci troppo.
in realtà questa diffidenza verso gli esseri inanimati è solo la manifestazione del mio lato semiparanoide, quello che pensa che tutti gli esseri viventi mi vogliano bene e tutte le macchine mi odiano; il che è palesemente falso, perché razionalmente è ovvio che ci siano anche degli esseri viventi che mi odiano (per quanto non riesca a farmene una ragione).
la cosa che più mi lascia basito non è solo è che sto cercando di far funzionare una cosa che già funzionava. la cosa che mi lascia più basito è che anche quando funzionava, non serviva a un cazzo.
sfruttando un po' meglio il tempo che sto intelligentemente perdendo per far funzionare una cosa che già funzionava probabilmente avrei ottenuto il nobel per la fisica.


* sta nel solito posto

lunedì 26 gennaio 2015

la mia non è una fuga dalla realtà, la definirei piuttosto una ritirata strategica

io e il mio maestro di ricognizione emotiva (un suricato che sta prendendo l’abilitazione per fare il giudice di sedia agli australian open) stavamo cercando di stabilire se i nazgul, tecnicamente, fossero cacciatori di frodo. immaginiamo che la cosa abbia delle implicazioni legali, anche se non sappiamo bene quali.
nel frattempo, nel mio cervello, un coro di nani da giardino vestiti alla zuava sta cantando shosholoza.
so che i nani da giardino hanno il loro perché, ma al momento mi sfugge quale sia (esiste però una categoria di nani da giardino da guardia che, effettivamente, svolge una funzione di una certa utilità sociale).
prima di rientrare in ufficio mi fermo a bere un caffè in un locale con delle vetrine che danno sulla quinta avenue.
seduto in macchina fuori dal bar il vice procuratore jack mccoy mi osserva da dietro il parabrezza.
attivo il mio dispositivo di occultamento e fuggo silenziosamente verso casa prima di accorgermi che in realtà avrei dovuto fuggire in ufficio, ma sun tzu e sun mycrosystem insegnano che una volta presa la direzione giusta, è inutile guardarsi indietro. e comunque, come al solito, ho il torcicollo.
la sera dopo, io e un clone di mc gyver partecipiamo a un seminario sulla costruzione delle scale armoniche.
purtroppo il dibattito si è arena quasi subito perché una fazione sostiene l’inutilità delle scale armoniche a scapito di un più moderno ascensore armonico, mentre un’altra fazione sostiene che sotto la quarta non è un vero intervallo.
io valuto le probabilità che ho di intervenire sulla questione, poi decido di provare ad uccidermi con una rivella.

martedì 13 gennaio 2015

vladimirko joseffson, docente di antropologia culturale presso la mensa dell’università di jönköping (småland), nel terzo volume della trilogia sul divino “l’onnipotenza è nulla, senza controllo” * seziona il tema dell’onnipotenza divina sulla base di profonde ricerche sul campo**.
l’assunto di base è che le divinità (vladimirko joseffson è convinto che siano molte perché, argomenta, se ce ne fosse una sola, avrebbe sicuramente trovato un modo migliore per comunicare con gli esseri umani e avrebbe evitato la proliferazione di divinità in soprannumero***) non siano affatto onnipotenti come la tradizione vorrebbe far credere.
l’argomentazione a priori riflette sul paradosso dell’onnipotenza nella variante di thomas müntzer (un dio onnipotente può creare un masso così pesante che lui stesso da non riesca più a smuovere?) e le implicazioni logico-ricorsive della computabilità autoreferenziale.
l’argomentazione a posteriori è che se le divinità fossero davvero onnipotenti, in effetti forse potrebbero fare un po’ meglio di così.
del resto, sostiene joseffson, neanche i fedeli pensano realmente che la loro divinità sia onnipotente, infatti mica aspettano che venga la divinità a giudicare chi è empio e chi non lo è, fanno direttamente tutto loro (il rischio, in effetti è che debbano aspettare per un bel pezzo).
infatti, secondo i fedeli, la divinità prende spesso decisioni avventate, oppure è pigra, e insomma, ha sempre bisogno di un aiuto dagli esseri umani. il che non fa che denotare la scarsa stima che i fedeli abbiano dei propri dei****.
la tesi conclusiva del libro è dunque che l’onnipotenza in sé non esista, e che sia una cosa che hanno inventato gli abitanti dell’onnibasilicata.

* puoi acquistare i primi due volumi della trilogia del professor vladimirko joseffson “non hai ancora trovato dio? hai già guardato nell’armadio?” e “dio si nasconde in tutto il creato: timidezza o vergogna?” dal tuo libraio di fiducia.
** è stato anche allenatore di una squadra di calcio di un campionato minore.
*** questa posizione è conosciuta presso gli studiosi come “se ti degnassi di guardare vedresti che oggi ockham ha la barba”.
**** secondo vladimirko joseffson questo è il motivo per il quale le divinità tendono ad essere depresse, egocentriche, vendicative e, in definitiva, soffrono tutte di insicurezza cronica.

mercoledì 24 dicembre 2014

nella nostra galassia, in questo periodo, si festeggia il santo navale.
il santo navale è la festività tipica della nostra galassia* in cui si festeggiano i mezzi di trasporto galattici, che permettono alle specie più evolute di conoscersi, socializzare, scambiarsi doni ed esperienze edificanti sulle diverse culture all’interno della nostra galassia.
secondo la tradizione, le navi interstellari espongono il gran pavese (una specie di frollino galattico), e ci si ritrova tutti insieme all'interno della nave a sorseggiare un liquore speziato chiamato con un nome che foneticamente assomiglia a: ˈwiːn bruːˈæli.
il santo navale, ovviamente, non si festeggia ogni anno e non corrisponde al nostro dicembre (nella galassia, le stagioni dipendono dalla posizione del vostro pianeta rispetto al centro galattico: se vi dovesse servire un riferimento, il sistema solare ruota introno al centro galattico più o meno dalle parti della cintura di gould, che, com’è ovvio, è appena sopra i pantaloni di gould).
sul nostro pianeta, la tradizione di festeggiare il santo navale è recentissima, essendo iniziata circa dodicimila anni fa, quando degli ufi osservanti che stavano facendo un pic nic dalle parti di sirio hanno insegnato questa tradizione galattica alle specie più intelligenti del pianeta (i lemming e i delfini).
sfortunatamente homo sapiens ha scoperto questa tradizione intorno all’anno 300, in un periodo come questo in cui il santo navale coincideva con la festività del sol invictus, una nuova festività del tutto provinciale (che all’epoca veniva festeggiata un po’ sottotono, per questo gli storici amano definirla fa# invictus) e che aveva a che fare con il solstizio di inverno (e quindi chiaramente inventata da gente che non sapeva guardare a un palmo dal proprio pianeta).
inoltre, era un periodo storico in cui nel bacino del mediterraneo** stavano emergendo altre divinità minori che non avevano neanche il buon senso di interessarsi di astronomia, quindi le cose sono andate come sono andate.

* altre galassie hanno usanze molto diverse e alcune decisamente più barbare
** per capire l’importanza del bacino del mediterraneo all’interno della galassia, immaginatevi la galassia come una grande casa coloniale a due piani: ecco, il bacino del mediterraneo si trova dietro la casa del custode, in un angolo polveroso del capanno degli attrezzi

martedì 16 dicembre 2014

giovedì 11 dicembre, ore 18.03
mi infilo la giacca a vento, esco in balcone, guardo verso sud ovest e faccio ciao con la manina

la sera dopo sono da qualche parte nella quindicesima dimensione quando avverto una perturbazione nella forza (un fronte di aria fredda proveniente dalla decima che incrociandosi con la quinta assume i connotati di uno scimpanzé in pensione) e vengo teletrasportato dietro una mercedes targata lindau che procede al centro della carreggiata a una velocità di crociera intorno ai 17 km/h e che, a conti fatti, risulta più insuperabile del tonno.
io fossi in voi ci starei attento alla quindicesima dimensione (poi non venite a dirmi che non ve l’avevo detto).
il mio cervello si sintonizza automaticamente su una televendita di pentole antigravitazionali, mentre io mi metto comodo e aspetto che le mie sinapsi facciano il resto.
se c'è una cosa che internet e l'era digitale mi hanno insegnato, è ad avere la soglia di attenzione di un criceto con deficit di apprendimento, quindi se prima ero capace di leggere tutto il signore degli anelli in quattro giorni, ora invece non riesco a stare concentrato per più di 15 secondi.
appena arrivo a casa do il via al programma per l’intercettazione di ufi* che consiste nell’orientare correttamente la ciotola dei gatti in modo da creare una cassa di risonanza con alcuni satelliti geostazionari in grado di trasmettere le coordinate degli ufi, così da poter chiedere passaggi, avere informazioni sul senso dell’universo, implorare la distruzione del pianeta.
finora l’unica risposta è il gatto che miagola con insistenza, ma un team di esperti è già al lavoro per appurare se possa essere considerato un messaggio degli ufi, e nel caso se ci sia una chiave pubblica disponibile per decrittarlo.
io nel frattempo tiro fuori il manuale di divinazione e mi dedico alla predizione del futuro leggendo le ceneri del camino e l’estratto conto della carta di credito.

* non tutti gli ufi sono crudeli. per confermarlo, il professor hans farben, del centro di controllo ufologico di bedigliora, ha ideato un utile sillogismo aristotelico di terzo tipo di cui potete ammirare l’eleganza:
- alcuni ufi sono crudeli
- non tutti i crudeli sono ufi
- socrate è mortale
il fatto che socrate sia effettivamente morto direi che non lascia dubbi circa la validità del sillogismo.

lunedì 1 dicembre 2014

avevo deciso di suicidarmi giocando compulsivamente a freecell per dodici ore consecutive ma ho dovuto desistere perché, dopo solo quattro ore, tutto quello che sono riuscito ad ottenere è stato un violento attacco di epilessia che, purtroppo, in genere non è mortale.
questo mi ha portato a riflettere sui meccanismi responsabili dei processi di sviluppo come iterazione, ricorsività, feedback positivo, autorinforzo, e su tutti quegli atteggiamenti associati alla monomania in genere.
quindi, da oggi pomeriggio, io e il mio maestro di meditazione creativa* stiamo lavorando ad un progetto motivazionale che gli esperti del settore identificano come “metodo braulio velasco” e che consiste nell’ascoltare in loop sei ore al giorno the great song of indifference di bob geldof.
nel frattempo, fuori il tempo fa schifo, martinanavratilova guarda fuori dalla finestra con la stessa vitalità di un paramecio disgustato dalla vita e la quantità di luce stagionale disponibile si avvicina pericolosamente allo zero (ammettiamolo, il planisfero andrebbe rivisto e ricostruito dopo una programmazione accurata).
io mi infilo in un marktkauf (non provate a pronunciarlo a casa) per vedere se posso comprare dieci gradi di latitudine sud, ma viene fuori che non ho abbastanza punti vita.

* un cavedano che ha residenza fiscale in liechtenstein


lunedì 17 novembre 2014

piove ininterrottamente da tre settimane.
gli dei del clima hanno perso il campionato delle divinità per un rigore al novantesimo (per esattezza, il campionato clausura 2014: il calendario è molto simile al campionato argentino, ma lo organizzano le suore), e adesso alternano diluvio, pioviggine, tempesta, pioggia forte, nubifragio, pioggia debole, temporale, bomba d’acqua, pioggia e vento, pioggia sparsa, e un’altra dozzina di eventi meteorici quasi del tutto simili ma ormai riconoscibili dalla popolazione locale che ha provveduto a catalogarli in sottocategorie.
per esempio, ora si sta verificando un fenomeno piovoso che i locali chiamano amichevolmente “gervasio e protasio”.
io e un team di esperti stiamo valutando l’opportunità di farci crescere le branchie o, in alternativa, un’adeguata pinna caudale, ma l’evoluzione ci rema contro.
il lago è uscito (ma ha lasciato detto che poi torna), i fiumi sono impazziti, l’universo sta franando, e anche io non mi sento tanto bene. forse sto diventando sordo.
arrivo in ufficio fischiettando l’almanacco del giorno dopo, mentre saltello in perfetto stile fred astaire ubriaco (gli altri stili possibili sono: fred astaire ipovedente e fred astaire depresso; io e il mio coreografo di fiducia* stiamo lavorando per perfezionare fred astaire morto ma ancora inconsapevole).
saluto i pinguini (per un qualche motivo legato a una festività maya il riscaldamento ha deciso di scioperare), installo una canna da pesca sul balcone, poi vado a sedermi sul mio cubetto di ghiaccio preferito, cercando di scaldarmi con la luce del monitor.
qualche ora dopo, perfettamente rilassato, cerco di tornare casa inveendo contro automobilisti indisciplinati e neofiti dello sci nautico, mentre l’assembramento di folla stipata nella mia amigdala scandisce ritmicamente “ed-dì buma-ye”.
arrivato a casa riacquisto una mobilità articolare degna di nota (o per lo meno degna di un vertebrato), accendo il camino avendo cura di infilarmi più schegge possibili nelle mani (ho le mani delicate, occhei?) e metto sullo stereo kind of blue nella partitura per attizzatoio, spazzolino elettrico e tiragraffi.
alla fine, colto dall’entusiasmo, mi infilo direttamente nel camino.

* un cavedano che si è stabilito nella mia cassetta della posta. in realtà è una via di mezzo fra don lurio, don johnson e don worry (nessuno dei tre è un prete), ma con quella punta di genialità ittica che fa molto glamour

lunedì 3 novembre 2014

stavo guardando l’ultima puntata di superpollo contro superspugna* quando un messaggio in segreteria telefonica (in realtà non è una vera segreteria telefonica: è un app installata direttamente nel mesoencefalo che rilascia dopamina quando si accorge che sto cercando di ignorare delle cose inutili) mi avverte che devo uscire per la rituale cena di halloween.
per chi non lo sapesse, halloween è una trascrizione fonetica dell’originario medievale hello-win, un gioco di origine celtica che si svolgeva alla chiusura della stagione del lavoro nei campi.
durante hello-win le persone erano tenute a uscire di casa mascherate, e con alcuni dolciumi celati nelle tasche: come suggerisce il nome, per vincere bastava riconoscere qualcuno e salutarlo per primo usando il suo nome proprio; il vincitore acquisiva così il diritto di incamerare il contenuto delle tasche della persona riconosciuta.
il gioco, prima di degenerare nella forma corrotta che conosciamo ancora oggi, ha avuto per qualche anno un breve intermezzo a carattere violento, in cui chi vinceva aveva diritto di picchiare chi era stato riconosciuto. gli storici sono usi a riferirsi a quel periodo come il periodo di hello-spank.
l’usanza di hello-win non desta meraviglia negli antropologi culturali, dato che tutte le religioni del pianeta terra subiscono una spiccata fascinazione per il travestitismo (come sottolinea il professor vladimirko joseffson nel primo libro della trilogia sul divino “non hai ancora trovato dio? hai già guardato nell’armadio?” (ed. theoria).
io ignoro il mio splendido costume da toxoplasma (mi piace pensare controcorrente) e vado vestito normale (vabbè, normale, diciamo come al solito) però mangio due piatti di pizzoccheri nei quali effettivamente mi sembra di cogliere una manifestazione della divinità (e infatti vladimirko joseffson, nel secondo volume della trilogia “dio si nasconde in tutto il creato: timidezza o vergogna?”, sostiene che il divino si possa manifestare anche nei luoghi più impensati) poi torno a casa e mi ritiro nelle mie stanze a leggere un saggio sui suicidi creativi.
nei primi due capitoli ci sono la biografia di un nazionalista croato che nel 1993 ha cercato di inumarsi nella drina con una moto ante guerra e ante pavelic e quella di un baro olandese che nel 1948 si è volontariamente fatto venire un colpo apoplettico mentre stava perdendo una partita a poker su una nave da crociera al largo di dover, balzato agli onori della cronaca come “collasso nella manica”.

* non vi dico niente per non spoilerare

mercoledì 15 ottobre 2014

io e martinanavratilova guardiamo fuori dalla finestra una serie di emuli di rob mckenna che fanno acquaplaning con dei camion lunghi quanto un diplodoco extra large, almeno fino a quando veniamo impegnati in una sessione di mortal wombat e perdiamo interesse alle scampate catastrofi stradali.
io dovrei uscire per delle commissioni (tipo quelle parlamentari, ma meno retribuite) ma considerato il meteo avverso tendo ad essere vagamente restio.
nel frattempo nel mio cervello va in onda una retrospettiva su jane austen e gli eroi romantici, organizzata da un relatore che ha come primo obiettivo cercare di uccidermi e come secondo obiettivo un af-s nikkor 20mm f/1.8g ed*, giusto per mettere le cose in prospettiva.
prima di suicidarmi inalando del freon lo informo che anch'io ammiro molto fitzwilliam darcy, ma forse anche suo fratello, può darcy.
alla fine, dopo una breve conta fra me e il lago per decidere chi deve uscire per primo, preferisco anticiparlo e avventurarmi nelle nuvole, mentre i miei capelli assumono il classico aspetto che ricorda da vicino un monciccì o, in alternativa, napo orso capo.
sulla strada incontro una delegazione di ufi che tornano da una riunione di condominio, ma siccome hanno rotto il gps stanno aspettando da un paio di settimane una breve schiarita per orientarsi con le stelle **
mi chiedono anche informazioni su una stazione di servizio interstellare che, incidentalmente, coincide con il bar di fianco a casa mia, ma che in questo momento è chiusa per ferie.
nel tardo pomeriggio incrocio noè che mi informa che la forse la strada è chiusa per pioggia. già che sono lì mi chiede anche se mi va di fare il maschio del petauro dello zucchero e contemporaneamente abbonarmi a una rivista di ermeneutica online.
declino l’offerta (donum, doni, dono), infilo il mio costume da betamax e vado a proiettarmi sui cavalcavia.

* non sono delle lettere a caso. secondo la qabbalah ebraica questa combinazione di lettere può aprire un canale di comunicazione con il vostro io trascendente o, in alternativa, con il vostro postino.
** in realtà nelle ultime due settimane ci sono stati 3 minuti in cui erano visibili le stelle, ma si sono persi subito perché da qualche anno la costellazione della lira è diventata la costellazione dell’euro

martedì 30 settembre 2014

ero uscito in auto a consegnare della pizza a domicilio e contemporaneamente riflettevo sui massimi sistemi* con wonko, il mio amico immaginario (mica ne ho soltanto uno. il fatto è che in quel momento non c’erano gnomi disponibili e le divinità avevano organizzato un torneo di miracoli** in una taverna di ásgarðr) quando una volpe ingaggiata da un team di esperti neuroscienziati interessati allo studio delle capacità di reazione del cervello attraversa improvvisamente la strada.
io ordino alla sala macchine una manovra evasiva che consiste nello smaterializzare l’auto e rimaterializzarla in un universo parallelo, ma una decina di metri più avanti.
la volpe purtroppo ignora i principi della meccanica quantistica e quindi opta per una soluzione più banale accelerando quanto basta per levarsi dalle palle.
gli esperti neuroscienziati festeggiano con una bottiglia di nebbiolo d’alba del 2006.
questo riporta la discussione fra me e wonko sul problema del pensiero come coscienza di sé, autonarrazione e percezione della realtà esterna.
certo, come specie homo sapiens partiamo svantaggiati, ma forse potremmo inventare un software in grado di riprodurre dei sistemi coscienti in grado di emulare homo sapiens e, gradatamente, arrivare alle volpi.
il che conduce all’annosa domanda: può un software pensare?***
il professor antobello kranjiosberg, docente di realtà alternativa presso la libera università di badger (iowa)**** sostiene che la risposta in realtà dipende da cosa intendiamo per “pensiero”.
per esempio, alcuni filosofi definiscono il pensiero come “quella roba che non si può spiegare ma che fanno sicuramente solo gli esseri umani”*****, e allora sembra evidente che in questo caso un software non possa pensare.
se però definiamo il pensiero come un’attività per adattarsi all’ambiente e modificarlo secondo i propri bisogni e necessità, evolversi in maniera creativa e fornire risposte adeguate agli stimoli, allora c’è una concreta possibilità che i software possano pensare, anche se in un futuro non ancora prossimo.
se invece definiamo il pensiero come una serie di algoritmi volti alla risoluzioni di problemi, probabilmente i software già pensano.
se poi definiamo il pensiero come quello che passa per il cervello di un tizio tipo quelli che vediamo in televisione, non solo i software di oggi pensano infinitamente meglio, ma hanno molto più buon senso, sono decisamente più stimolanti e spesso sono anche capaci di provare empatia.


* è difficile capire cosa si intende quando si dice “massimi sistemi”. quello che posso dire è che i massimi sistemi hanno a che fare con la struttura dell’universo, la percezione di ciò che chiamiamo reale e il totocalcio
** è l’evento sportivo più seguito dell’universo, anche se alcuni ricercatori di marketing sostengono che le statistiche sono state misteriosamente alterate
*** questa domanda è simile ma non del tutto identica a quello che normalmente viene identificato con il test di touring, ossia: “può un software avere la carta di socio del club?”
**** città di cui abbiamo una diapositiva
***** esistono filosofi di questo tipo. sono quelli che di solito scrivono libri di centinaia di pagine per far finta che la loro posizione sia diversa.

mercoledì 10 settembre 2014


animal house 
(per quelli che contano, 59. è anche facile, ma temo ci metterete più di un minuto)*


non avrei nessuna remora a raccontarvi del mio migliore amico, ci conosciamo dai tempi dell’università, quando tutte le porte sono aperte e anche l’oracolo di delfi non saprebbe darti una certezza sul tuo futuro, se finirai nell'olimpo o appeso a una forca.
altri sognavan notti romantiche e parole arcane da sussurrare a un’ora tarda a donne dai tacchi notevoli e dal vitino di vespa (di quelle che non incontri mai a lezione), mentre lui passava il tempo a disquisire di tassonomie e voleva salire quella stretta scala a chiocciola che ti ammette a far parte dell’onorato rango dei migliori biologi della nazione, e non si curava della sua poca confidenza con il genere femminile, gli aperitivi, il casino dell’effimera vita notturna.
la differenza fatta di sorbetti non alcolici e casto rosolio da una parte, e i centro tavola da inondare con fiumi di alcol dall'altra, che deterge nettamente la coscienza e ti proietta nel mondo dei cori celesti e nelle gioie della carne, che fa nello spirito segni profondi, ma usato con moderazione favorisce la socialità e la convivialità.
lui ambiva ad altre pendici, vette, ambiva alle serate in cui fai nascere teorie nuove di zecca, che ti stacchino dai fanghi roventi dell’inferno e ti proiettino con le mure a dritta verso la fama e la gloria, ambiva alla differenza fra l’incedere elegante e sapiente dell’adulto e il gattonare indeciso del bambino, e poco gli importava se invece se la cavava maluccio con i suoi simili.
è il morso dell’ambizione che nutri amorevolmente, come il salmo nel quale il buon pastore punisce l’accidia e la lussuria, che fa sì che tu non risponda al pacato richiamo della corporeità e rimanga impalato sullo schienale di una scomoda sedia, senza cercare ristoro, una boa di salvataggio o delle bombole di ossigeno.
perché il prezzo è la solitudine, sentire che gli altri varano contromisure nei tuoi confronti, cercheranno di squalificarti, e di riflesso tu diventi una strana persona che parla male degli altri, geniale ma scontrosa, sempre pronta a pavoneggiarsi o a levarsi un sassolino dalla scarpa.
sapevo che si sentiva escluso, e seppi assolutamente di aver colto nel segno quando udii quell'ululo nel buio, inevitabile (anche superman gusta il lato oscuro della solitudine), quando il senso di superiorità si squaglia e arriva, puntuale come una strenna natalizia, la certezza di essere solo.
ormai fa già notte, e di quel che accadde poi non so molto. di certo fu rettore di facoltà e sentii parecchi racconti che lo ritraevano sempre su quel suo banco atipico di studente troppo cresciuto, a lavorare e bere spuma.
non so se era quello che volesse, quello che so è che a volte la soluzione è fermarsi, e poi analizzare quello che si vuole veramente.

* se siete qui per caso e non ci avete capito nulla, non avete di che preoccuparvi. questa è una cosa che faccio con i lettori affezionati di questo blog (due), e glielo dovevo. cioè, in effetti non è che glielo dovevo veramente, è che mi ci ha costretto giuglia, prendendomi per sfinimento.
se poi avete capito di cosa si tratta e non avete niente di meglio da fare, la soluzione completa starà nei commenti, fra qualche giorno (ah, dimenticavo, ci sono 3 branchi, il resto tutti solitari. credo). se invece trovate errori, non dovete dirlo a me, contattate direttamente con il mio avvocato (attualmente è un cavedano che incrocia vicino al porto di gerra gambarogno, fate un po' voi)
premi, stavolta non ne metto, tanto nessuno li ritira mai.

martedì 12 agosto 2014

eddie è ora fan di "accendere il riscaldamento dell'auto a inizio agosto"

diluvia da giorni. non sarebbe neanche così male se non fosse agosto, e se durante il giorno non ci fosse un’umidità che il golfo del tonchino in confronto è il paradiso.
diluvia da così tanto tempo che le mie due opzioni plausibili attualmente sono farmi crescere le branchie oppure suicidarmi.
e insomma, dicono i lettori (non credo esistano ancora i lettori di questo blog. ma credo che in caso esistessero, lo direbbero. cioè, alcuni tempo fa lo dicevano, ora non saprei) undici anni di blog e neanche un’informazione personale, che so, un pettegolezzo, una foto, qualcosa di te che non sappiamo.
forse hanno ragione, eh, ma questo io l’ho sempre considerato uno spazio un po’ privato. ah sì? e allora perché sta su internet? dicono i lettori (cioè, lo direbbero se fossero lettori intelligenti). perché il concetto di pubblico e privato, con l’avvento dei social network, si è lievemente incasinato.
sarebbe lungo da spiegare, ma comunque mi sono convinto a cedere al compromesso (tanto i blog sono morti, che mi frega?) e scrivere cinque cose di me che non sapete (se non le volevate sapere, fatti vostri).

1.a volte non riesco a spegnere il cervello. ho un sacco di immagini che stanno dentro e giocano a rimpiattino, e allora devo mettere della musica, che mi rilassa, oppure chiudermi in un armadio.
2. non riesco a sentire due musiche insieme. se sento due musiche diverse insieme, prima avverto un senso di malessere e disagio, poi mi viene da urlare tappandomi le orecchie e mi infilo nel primo tombino a disposizione.
3. mi dà fastidio che mi si colpisca in testa.
4. se sto troppo al computer, poi penso che se pesto le righe in terra vengono i cricetini a mangiarmi gli alluci. a volte resto deluso quando poi non vengono.
5. parlo da solo (cioè, mica sempre da solo, a volte parlo con delle cose che poi non mi rispondono)

(mi rendo conto che queste abitudini sembrano fare di me un alienato mentale, ma in realtà io sto bene, sono solo un po’ disadattato, come tutti. voglio dire, se qualcuno mi vede, mica le nota queste cose, queste sono cose che non sa nessuno. a parte la numero 3, direi).

in caso non vi bastassero tutte queste informazioni vi lascio anche una lettera motivazionale con cui rispondevo a una società in cerca di talenti che mi ha contattato chiedendomi di inviargliene una


siete in cerca di talenti? avete provato da un numismatico?
dunque (il mio frullatore sostiene che non si dovrebbe *mai* cominciare una lettera motivazionale con ‘dunque’. resta il fatto che il mio frullatore è attualmente disoccupato, quindi può essere che abbia ragione io. oltretutto, che ne sa un frullatore di lettere motivazionali?). 
dunque, dicevamo, sarà il caso che mi presenti (evitando le crisi di identità che mi perseguitano da secoli, che, diciamolo, hanno anche i loro lati positivi. tecnicamente, sui trasporti pubblici, ad uno schizofrenico andrebbe applicata la tariffa sconto comitiva).
sono tendenzialmente scettico.
il che è un casino, se ci pensate, perché uno scettico non è mai molto sicuro di esserlo, onde evitare curiosi paradossi apparentemente risolvibili solo con una approfondita conoscenza della teoria dei tipi di russell (il primo a scrivere ‘beh, non è carina, è un tipo’).
ho una fastidiosa quanto inutile laurea in filosofia, mi sono occupato di comunicazione on line per una minuscola azienda di servizi internet, scrivo sceneggiature per colloqui di lavoro (che in omaggio al neorealismo finiscono tutti male), parlo 4 lingue (spesso tutte insieme) e come tutti i creativi ho un blog inutile che potrete visitare e, nel caso, segnalare ad un centro di igiene mentale. 
attualmente ho lavoro fisso le cui mansioni sono rispondere al telefono, scrivere su word, disegnare piante con archicad (se la cosa vi può interessare, non vanno disegnate verdi) e, come potete immaginare, tutto sommato mi sento soddisfatto e sovrautilizzato.
ma, inspiegabilmente, avere uno stipendio e sopravvivere fino a fine mese mi fa pensare che sia la scelta giusta.
in caso voleste, posso scrivere anche cose intelligenti tipo: "sono una persona solare, credo che la migliore caratteristica per un lavoro in team sia la propensione ai rapporti umani e una spiccata attenzione alla qualità del prodotto, e non avrei mai pensato di lavorare per voi, sono qui solo per accompagnare un’amica", ma non so se l’apprezzereste davvero.
mi rendo conto che questa lettera motivazionale ha preso una piega un po’ bizzarra. 
l’idea di base è che sono abbastanza motivato per rispondervi, ma non abbastanza motivato per lavorare con voi.
immagino che per voi questo sia un duro colpo, e ora stiate piangendo nelle vostre camerette chiedendovi come sia potuto accadere.
lo so, mi dispiace. ma sono pur sempre una persona che sta rispondendo ad un annuncio in cui le si chiede di lavorare gratis, che vi aspettavate


martedì 29 luglio 2014

dopo venticinque giorni di pioggia e temporali praticamente ininterrotti e un sabato sera a milano (dove, dopo tre o quattro bagni in una vasca di autan, posso comodamente assistere a fenomeni di hipsteria di massa) finalmente parto per una settimana verso un posto caldo, al mare, a 1600 km a sud di qui.
appena atterra l’aereo comincia a piovere.
valuto alcune ipotesi plausibili tipo: cambiare il mio nome in rob eddiemac kenna, cambiare pianeta presentando una protesta formale alle divinità preposte al controllo del clima, mettermi a piangere.
in ogni caso, almeno non fa freddo e in ogni caso, al mare ti devi pur bagnare.
il giorno dopo il tempo migliora, e devo panarmi con della crema protezione 50 perché la mia pelle improvvisamente si sta chiedendo che cazzo è quella roba gialla lì in alto, nel cielo. fortunatamente qualche giorno dopo torno a casa, ci sono 16 gradi, ed è di nuovo novembre.
lunedì mattina, dopo il solito temporale notturno (da non confondere con il temporale pomeridiano, che di solito è più violento) esco per un breve controllo danni.
i funghi ornano il giardino verde e rigoglioso, le nuvole tutto intorno sono cariche di pioggia e pronte per un nuovo round stile niagara falls, mentre le surfinie hanno optato per il seppuku rituale e adesso istoriano il pavimento del balcone. insomma, tutto normale.
io arrivo in ufficio con la canoa di ordinanza, saluto noè che mi guarda con occhio lubrico e accendo il pc dell’ufficio.
dopo pochi minuti la linea fastweb avverte un tremito nella forza, poi in un disperato afflato di dignità decide di suicidarsi.
le istruzioni in caso di suicidio di linea fastweb sono, nell'ordine:
1. chiamare il servizio clienti dove la chiamata da fisso è gratuita (peccato che senza linea telefonica il telefono fisso abbia qualche difficoltà strutturale) mentre quella da cellulare è a pagamento secondo il proprio piano tariffario, e dopo alcuni minuti una voce automatica ti informa che sono state segnalate anomalie nella zona, quindi se proprio sei così cretino da voler parlare con un essere umano puoi schiacciare il tasto 9 e risponderà il primo operatore disponibile, a maggio del 2017.
2. visitare la pagina web di fastweb o mandare una mail al servizio clienti (ma essendo impossibilitati a inviarla telematicamente, probabilmente intendono che bisogna inviarla telepaticamente. io ci sto lavorando, ma ancora non sono in grado).
3. levare corrente al router per 10 secondi.
opto per la soluzione n. 3 (che è un po’ come cliccare “mi sento fortunato” sulla pagina di google, il che dovrebbe avvertirmi del fatto che sto facendo una minchiata) e stacco l'alimentatore del router, un glorioso ac/dc adaptor made in china.
il router trasmette la prima strofa di highway to hell, poi i due maschi dell’adattatore iniziano a saltellare molleggiando in perfetto stile angus e malcom young e non c’è verso di rimetterli nella presa per ridare corrente al router.
le istruzioni in caso di suicidio dell’adattatore di corrente per il router sono, nell'ordine:
1. ripetere il punto 1 precedente fino a maggio 2017.
2. mettersi a piangere.
3. cercare un negozio di componenti elettrici aperto e/o elettricista disponibile.
il lunedì mattina il negozio di componenti elettrici aperto più vicino sta dalle parti di alpha centauri e un’elettricista disponibile è l’esempio classico che usano i professori di linguistica per spiegare agli studenti cos’è un ossimoro.
nei lunedì mattina fra luglio e agosto scende direttamente un angelo del signore vestito di luce che ti indica all’universo e nel frattempo ride in modo curiosamente simile alla sigla di scacciapensieri sulla tsi.
per non inimicarmi l’angelo me la prendo con il buddhismo, insinuando che esista un lama donna, e che questa indulga in meretricio o comunque pratiche di dubbio costume morale.
la sera torno a casa, mi verso una tanica di montenegro e mi infilo in un deumidificatore.

venerdì 11 luglio 2014

“tornando a casa, troverete i gattini. date una carezza ai vostri gattini e dite questa è la carezza di eddie. troverete qualche vomito da asciugare, dite una parola buona. eddie è con noi”

mi sveglio con la tipica verve da ivan mladek e passo buona parte della mattinata dietro una peugeot 207 nera guidata da un ragioniere di breisach am rhein, animalista convinto, che tiene una velocità di crociera adeguata in modo da frenare con margine in caso attraversino dei bradipi in prossimità dei tornanti.
non che ci siano bradipi da queste parti, ma non si sa mai. la prudenza non è mai troppa.
piove e fa freddo (ma in effetti, per essere novembre, non fa poi così freddo) anche se obiettivamente bisogna riconoscere che ogni tanto smette di piovere e inizia a diluviare.
però, sull’onda emotiva dei mondiali di calcio, (in effetti è strano che quest’anno i mondiali li facciano a novembre), verso sera, nell’intervallo di venti minuti fra i temporali (quella che in gergo tecnico si chiama “finestra temporale”) io e alcuni gnomi di passaggio che tifano olanda e campeggiano sotto i funghi del giardino, organizziamo partitelle amichevoli.
si gioca due contro due e sostituzioni ogni 50 secondi, il giusto tempo necessario al mio fisico per accumulare un cospicuo debito di ossigeno ma subito prima che subentri l’ipossia.
l'idea iniziale era quattro contro quattro e portiere volante ma non riuscivamo a staccarlo dall'auto.
la sera, dopo un periodo di riflessione sulla relazione degli elementi dell’universo, mi ritrovo (in realtà non mi ero mai perso) a bere birra fare domande esistenziali a un tavolo del bar.
il tavolo del bar, inspiegabilmente, non mi risponde. ci ho riflettuto un po’ e credo faccia così perché è riservato.

lunedì 23 giugno 2014

italia costarica 0-1

19.06.2014, arena pernambuco* di recife, va in scena la seconda partita dell’italia al mondiale brasiliano.
l’italia schiera la solita formazione fatta negli spogliatoi, con l’estrazione dei numeri da un bussolotto fatta da un bambino cieco del nord est del brasile, per evitare favoritismi e rispettare il codice etico.
i sudamericani invece prediligono la cultura e schierano jorge luis borges, ruiz zafon, roberto bolanos, oltre al generale diaz passato al nemico, una scatola di zuppa campbell e altri personaggi minori e ininfluenti ai fini del risultato.
arbitra il cileno osses, che non ha una grande esperienza internazionale ma ha grande resistenza fisica ed è bravissimo nella corsa**
il clima è la grande incognita della partita. la fifa apre alla tecnologia e permette che si possa controllare la temperatura su un termometro per capire quanti gradi ci saranno: secondo le stime 27 gradi ma ne verranno percepiti 38 dai costaricani e 47 dagli italiani, che hanno conformazioni fisiche differenti. quindi niente time out, che forse verranno presi in considerazione come tecnologia avanzata del 2022, quando si giocherà in qatar a 72 gradi percepiti.
peraltro, sarebbe bastato allenare la nazionale italiana dove abito io nei periodi che precedono i temporali estivi (che sono circa due al giorno) e l’umidità di recife sarebbe stata una passeggiata di salute nel clima secco e soleggiato dell’equatore.
dopo una breve corsa di riscaldamento, quando l’arbitro fischia l’inizio gli italiani smettono di correre per solidarietà con immobile, relegato in panchina, e tengono 13 uomini dietro la linea del pallone.
ma ripercorriamo le azioni salienti della partita:
8' colpo di testa di buffon che esce a fumare una sigaretta e colpo di testa di jorge luis borges che esce sopra la traversa.
26’ sponda di balotelli per thiago motta*** che si ricorda di essere brasiliano e sbaglia apposta.
31’ balotelli solo davanti al portiere decide di non tirare e prova un cross per un amico immaginario.
35’ l’italia è in grossa difficoltà soprattutto perché non sa decidere se si dice “il costarica” o “la costarica”**** e c’è qualche problema di comunicazione in difesa. alla fine si mettono d’accordo su “’sti stronzi che arrivano da tutte le parti e corrono come dannati, mannaggia a loro” ma la locuzione è leggermente impegnativa per le facoltà verbali dei difensori.
42’ zuppa campbell cade in area sgambettato da un paracarro che assomiglia a chiellini. sembrerebbe rigore ma l’arbitro decide di non infierire.
44’ mentre gli italiani stanno ancora decidendo se “costaricani” possa sembrare un insulto e propendono per un più innocuo “costarigatti” ruiz zafon segna per i sudamericani. gol certificato anche dalla tecnologia*****.
45’ intervallo




46’ la fifa si accorge che l’italia aveva un brasiliano in campo e chiede il cambio. esce thiago motta, entra un frigorifero.
47’ balotelli si tuffa in area ma, non essendo piovuto, il match di pallanuoto non è previsto dalla scaletta; la fifa fa sapere che da regolamento rigori così li possono fischiare solo arbitri giapponesi alle squadre di casa.
52’ l’unico modo per tirare in porta sono le punizioni di pirlo da 72 metri, ma il portiere è un costaricano da guardia e il pallone non entra.
54’ esce candreva, entra un ferro da stiro.
73’ esce marchisio, entra un palo della luce. l’italia ora ha 4 attaccanti, ma a causa di un passaggio di un treno merci sono tutti fermi al passaggio a livello.
84’ la costarica è minacciosa su tutti i fronti, mentre l’italia sta cercando di sfiancare la difesa avversaria con una serie ininterrotta di diciotto fuorigioco consecutivi. tattica molto aggressiva ma inspiegabilmente infruttuosa.
92’ l’italia capisce che è il momento giusto per crederci e infatti la costarica sfiora il secondo gol in pieno recupero.
94’ finisce incredibilmente 1-0 per la costarica.
ora l’italia è costretta a non perdere con l’uruguay per continuare il mondiale, l’unica preoccupazione è che gli uruguaiani sono più abituati di noi a questi climi, ma anche a giocare a calcio

* in caso di pioggia, viste le condizioni del campo, è previsto un match di pallanuoto; il nome dello stadio verrà cambiato in pernambuco nell’acqua
** dalle sue prestazioni nei test fifa viene il detto “correre come un osses”
*** gli italiani avrebbero voluto prendere thiago silva che è decisamente meglio, ma c’è stato un casino all’anagrafe, e si sono dovuti accontentare
**** non ho idea di come si dica. ma in caso fosse “il costarica” pretendo che si dica anche “il costa d’avorio”
***** da quest’anno la fifa ha permesso alcune innovazioni tecnologiche: ci sono delle telecamere sulla linea di porta, l’arbitro ha un orologio digitale, si può usare l’altoparlante dello stadio e le squadre hanno potuto arrivare in brasile in aereo e non più in nave

giovedì 5 giugno 2014

mi sveglio e sotto la mia finestra c’è un coro di leprecani da giardino che canta whisky in the jar nella versione per setter nani e theremin.
capisco subito che sarà una giornata complicata (come quando si apre il vaso del pandoro ed escono tutti i mali di zucchero filato).
fuori piove, ci sono 14 gradi, e non fa neanche così freddo, per essere febbraio.
chiamo alcuni semidei del call center clima ma trovo una segreteria telefonica che mi assicura che siamo a giugno e di richiamare fra qualche mese. chiedo la verifica del notaio, ma mi rispondono che è impegnato in un tour con i leprecani: pare che alla fine abbiano trovato un impresario che li fa esibire nei campi di granturco e riscuotono un grossissimo successo fra le pannocchie.
per evitare problemi vado su sanitamentale.com e ordino una fascia copri neuroni del dottor gibaud.
nel frattempo cerco un mantra da ripetere in caso di attacchi di panico e scelgo “c'era una volta un re bemolle seduto sul sofà diesis”, poi vado in ufficio.
ora me ne sto qui con una faccia da miominipony a contare extraterrestri che mi telefonano sul cellulare.
voglio dire, finora nessuno, ma io sono pronto a contare.

mercoledì 28 maggio 2014

esco dall’ufficio e si scatena il diluvio universale.
erompono tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprono, mentre in lontananza vedo noè che ha noleggiato un pullman gran turismo e sta aspettando due liocorni tedeschi.
entro in macchina e smette di piovere.
arrivo in giardino, posteggio la macchina e mi avvio verso casa quando si scatena il remake del diluvio universale.
il cielo comincia a prendermi a secchiate d’acqua e io arrivo a casa nuotando a rana, mentre in lontananza vedo noè che ha trasferito tutti su un battello della navigazione laghi e mi fa ciao con la manina.
entro in casa e smette di piovere.
forse l’universo vuole dirmi qualcosa.

il giorno dopo vengo reclutato per una serie di vaste operazioni di difesa del pianeta e della supremazia di homo sapiens, ma qualcosa deve essere andato storto durante il mio addestramento